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Credit Suisse, un whistleblower accusa la banca: avrebbe continuato ad aiutare evasori fiscali Usa

Sette anni dopo la maxi-multa da 2,6 miliardi di dollari pagata negli Stati Uniti, il colosso elvetico Credit Suisse potrebbe tornare nell’occhio del ciclone. Un ex dipendente dell’istituto bancario svizzero accusa il Credit Suisse di aver continuato ad aiutare clienti statunitensi a nascondere le proprie ricchezze al Fisco americano, nonostante la banca avesse promesso di chiudere i conti degli evasori fiscali Usa.

Lo scrive il New York Times in un lungo articolo nel quale si racconta che le accuse del whistleblower sono contenute in alcuni documenti inviati la scorsa settimana al Dipartimento di Giustizia Usa e all’Internal Revenue Service (Irs, il Fisco americano). L’ex dipendente del Credit Suisse ha affermato che la banca ha continuato a nascondere beni dei clienti americani per molto tempo dopo aver promesso ai pubblici ministeri Usa che avrebbe chiuso quei conti.

L’informatore, la cui identità è sconosciuta, sostiene anche che il Credit Suisse ha mentito ai pubblici ministeri federali, all’Internal Revenue Service e ai membri del Congresso durante la loro indagine durata alcuni anni su come le banche svizzere hanno aiutato gli americani a frodare il Fisco. Le indagini avevano portato a un accordo nel maggio 2014 tra Credit Suisse e procuratori federali. Nell’accordo la banca svizzera si era dichiarata colpevole di aver aiutato alcuni dei suoi clienti americani a evadere le tasse nascondendo la loro ricchezza attraverso società di comodo offshore.

Il Credit Suisse fu quindi multato per 2,6 miliardi di dollari, ma evitò multe ancora più alte perché aveva promesso al Dipartimento di Giustizia e a un collegio del Senato non solo di aver smesso di aiutare evasori fiscali, ma che avrebbe chiuso tutti i conti sotto accusa.

Jeffrey Neiman, l’ex procuratore federale che dal 2014 rappresenta l’ex dipendente del Credit Suisse, ha detto che il suo cliente ha presentato nuovi documenti adesso perché alla Casa Bianca c’è una nuova amministrazione.

Durante i negoziati con il Dipartimento di Giustizia nel 2013 e nel 2014, quando Barack Obama era presidente, il Credit Suisse ha assunto due figure di alto profilo: Broderick Johnson, un lobbista che è stato tra i consiglieri della campagna per la rielezione di Obama, e Christopher Wray, un avvocato che in seguito sarebbe stato nominato direttore del Federal Bureau of Investigation (Fbi).

Neiman ha affermato che il suo cliente ha fornito informazioni alle autorità statunitensi nel 2015, nel periodo in cui fu arrestato un professore di economia in pensione che aveva nascosto le sue ricchezze con l’aiuto del Credit Suisse. Ma i funzionari del Dipartimento di Giustizia non presero in considerazione quel caso per rinegoziare l’accordo transattivo con il Credit Suisse.

Poi è arrivata l’amministrazione Trump, che non considerava la criminalità dei colletti bianchi una priorità e ha portato a un forte calo delle multe.

“Con l’amministrazione Biden, abbiamo di nuovo la  speranza che le banche che frodano gli Stati Uniti siano perseguite”, ha affermato Neiman in un’intervista.

“La cospirazione è continuata anche dopo l’accordo di patteggiamento e la condanna del Credit Suisse nel 2014 e potrebbe continuare ad esistere anche oggi”, ha scritto Neiman in una lettera inviata a Carlos Tarrago, un analista fiscale dell’Irs che lavora nell’ufficio per i whistleblower dell’agenzia.

Se le affermazioni dell’informatore dovessero risultare fondate, il Credit Suisse potrebbe essere soggetto a ulteriori sanzioni da parte del governo degli Stati Uniti per aver violato il patteggiamento.

Una portavoce del Credit Suisse ha dichiarato al New York Times che “dopo il nostro accordo nel 2014, il Credit Suisse ha collaborato pienamente con le autorità statunitensi e continuerà a farlo”.

Nel 2007 il governo degli Stati Uniti aveva avviato una campagna contro gli evasori fiscali che avevano conti bancari in Svizzera. Ma mentre Ubs, che era stata accusata di aiutare i ricchi americani a commettere frodi fiscali, è stata costretta a rivelare i nomi di circa 4.500 clienti degli Stati Uniti, il Credit Suisse, prima di concludere il patteggiamento del 2014 aveva divulgato informazioni solo su 238 dei 22mila clienti statunitensi.

Neiman ha affermato che nel luglio 2014, dopo la firma del patteggiamento e in attesa della sentenza definitiva del Credit Suisse, aveva avvertito il Dipartimento di Giustizia e i pubblici ministeri federali che il suo cliente sapeva che la banca aveva continuato a nascondere denaro detenuto da alcuni titolari di conti statunitensi. Diede loro un nome, quello di Dan Horsky, un professore di economia in pensione che viveva a Rochester, nello Stato di New York.

L’anno successivo, Horsky fu arrestato. Aveva accumulato 200 milioni di dollari e li aveva nascosti con l’aiuto di banchieri del Credit Suisse utilizzando società di comodo offshore. Non è chiaro – scrive il New York Times – il motivo per cui il Dipartimento di Giustizia non abbia modificato i termini del suo accordo con il Credit Suisse sulla base delle informazioni fornite dall’ex dipendente della banca.

Il whistleblower potrebbe essere ricompensato se i pubblici ministeri decidessero di imporre ulteriori ammende al Credit Suisse. In base a una legge, infatti, gli informatori possono ottenere fino al 30% delle somme recuperate dall’Irs.

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