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Pandora Papers, la crisi globale, i servizi di intelligence e il mondo segreto dei paradisi fiscali

I Pandora Papers riaprono con la forza dell’evidenza dei fatti il dibattito sui paradisi fiscali e sulla grande evasione fiscale internazionale. Era prevedibile che dopo la crisi economica globale innescata dal Covid-19 si riaprisse una nuova stagione di rivelazioni e di leaks sulle migliaia di miliardi di euro nascosti nei centri offshore dall’élite mondiale internazionale.

Era già accaduto nel 2008, dopo la crisi dei mutui subprime scoppiata sul finire del 2006 negli Stati Uniti. Quella volta era stata l’esplosione della bolla immobiliare a trascinare le banche nel baratro e a costringere i governi a intervenire salvando gli istituti di credito più esposti nella cartolarizzazione dei mutui più a rischio. L’intervento degli Stati aveva salvato il sistema bancario internazionale ma aveva appesantito come mai il fardello del debito pubblico.

Stati Uniti in prima fila

Gli Stati Uniti erano in prima fila e la necessità immediata era quella di trovare i fondi per finanziare la ripresa economica e ripagare il debito. Emerse in quegli anni l’offensiva dell’Amministrazione statunitense contro le banche svizzere, accusate di favorire l’evasione fiscale dei cittadini Usa più facoltosi.

La storia di quegli anni è nota. La guerra tra il governo Usa e Ubs, la più grande istituzione finanziaria svizzera, che portò a una crisi diplomatica tra Washington e Berna. Il caso Bradley Birkenfeld, il whistleblower che raccontò al Dipartimento di Giustizia americano i metodi seguiti dalla banca elvetica per nascondere i soldi degli evasori fiscali americani. E poi il caso Hsbc Private Bank, che fu infiltrata dai servizi di intelligence e subì il più grande furto di dati bancari della storia, grazie anche al ruolo di Hervé Falciani, un ingegnere informatico dipendente del gruppo bancario che aiutò i magistrati di diversi paesi a dare la caccia ai clienti della banca che avevano evaso il Fisco.

Oggi, mentre tutto il mondo cerca una via d’uscita dalla crisi globale innescata dalla pandemia da coronavirus, ecco arrivare i Pandora Papers.

Coinvolti capi di Stato

Nell’indagine durata quasi due anni, frutto del lavoro collettivo di oltre 600 giornalisti di 150 testate internazionali, tra cui l’Espresso (in esclusiva per l’Italia con gli articoli firmati da Paolo Biondani, Vittorio Malaguti e Leo Sisti), il Washington Post, Le Monde, la Bbc, El Pais, Occrp e altri media per un totale di 117 nazioni, sono coinvolti 35 capi di Stato o di governo, più di 300 politici di oltre novanta nazioni, ministri, leader di partito, parlamentari, generali, capi dei servizi segreti, manager pubblici e privati, banchieri, industriali.

L’inchiesta sui Pandora Papers è stata coordinata dall’International Consortium of Investigative Journalists (Icij) ed è stata chiamata Pandora Papers perché scoperchia un vaso di veleni di portata mondiale. Più di 11,9 milioni di documenti con i nomi di oltre 29mila beneficiari di società offshore, fino a ieri sconosciuti. Dietro le carte intestate ai fiduciari, emergono per la prima volta investimenti e patrimoni esteri di politici europei e sudamericani, dittatori africani, ministri asiatici, sceicchi arabi e le casseforti segrete di 46 oligarchi russi.

I documenti provengono da 14 società di gestione fiduciaria sparse in vari paesi il cui ruolo è quello di creare, domiciliare e gestire società scudo (le shell companies) il cui unico scopo è quello di nascondere i beni di persone che non voglio essere identificate per ragioni fiscali, politiche o anche criminali.

Il precedente dei Panama Papers

Si tratta di società simili alla panamense Mossack Fonseca, che fu alla base dei Panama Papers, un altro leak diffuso dallo stesso Icij nel 2016. Questa volta però le dimensioni dei Pandora Papers sono molto più ampie. Anche perché non sono limitate a un paese (e alle sue appendici) come per i Panama Papers. Questa volta le dimensioni sono globali e dimostrano quanto pervasivo sia il fenomeno dei paradisi fiscali, solo lievemente scalfito dagli sforzi dell’Ocse e della comunità internazionale per sviluppare lo scambio automatico di informazioni finanziarie tra i diversi Paesi.

I soldi, si sa, sono come l’acqua. Trovano sempre un varco dove insinuarsi e i Pandora Papers sono lì a dimostrarlo ancora una volta.

Ma più dei soldi, nei momenti di crisi economica come quello attuale, contano le informazioni su chi i soldi li nasconde.

Il ruolo dei servizi di intelligence

Lo aveva spiegato lo stesso Falciani in un’intervista al Sole 24 Ore nel 2016, pochi giorni dopo la pubblicazione dei Panama Papers. Il ragionamento è più che mai attuale e riguarda anche i Pandora Papers.

«Umberto Eco diceva che la verità è molto più difficile da dimostrare della menzogna – spiegò Falciani -. E allora per capire davvero questa storia dei Panama Papers non bisogna soffermarsi solo sui nomi che, per quanto importanti, sono la superficie visibile ma bisogna comprendere i meccanismi profondi che ci sono alla base. E alla base c’è che per un servizio di intelligence di medie dimensioni entrare nei server di una società non è un’operazione che richiede una grande difficoltà. L’unico vero ostacolo è di natura politica».

Perché oggi – proseguiva Falciani – «il vero punto importante è l’intelligence economica. Dall’inizio della crisi finanziaria del 2007, poi diventata una crisi economica, la competizione tra i paesi si è accentuata e in questa competizione è l’intelligence economica a fare la differenza. E vince chi gestisce le informazioni. Se entrare nei server di una società non è un’operazione difficile, come convincere un capo di governo o un ministro europeo ad andare a prelevare i dati di uno studio legale come Mossack Fonseca? Un’operazione di trasparenza verso Panama o verso qualsiasi altro centro di opacità, per un governo europeo è come spararsi sui piedi. Nel breve periodo saranno gli Stati Uniti a beneficiare di questa situazione. La pressione esercitata sugli altri paradisi fiscali fa sì che chi dispone di ingenti quantità di soldi dovrà continuare comunque a lavorare. E con chi continuerà a farlo? Con il Delaware, naturalmente».

Opacità e segreto

In che modo? «È come sempre una questione di intelligenza economica. Se le transazioni e i flussi finanziari avvengono in Svizzera o a Panama, gli Stati Uniti non controllano quelle informazioni. Spostando questi flussi attraverso il Delaware gli Usa riusciranno a gestire una massa di informazioni sempre crescente. E guardi che io non vedo nulla di male in questo. Posso sintetizzarlo con una battuta: facciamo la scelta di essere americani».

Infine, Falciani aveva aggiunto che «l’elemento più importante e positivo di queste operazioni è che permettono a una quantità sempre maggiore di persone di rendersi conto di come funzionano i meccanismi dell’opacità, del segreto bancario e dei paradisi fiscali. Ed è importante che si comprenda quanto sono semplici questi meccanismi. E poi, ora sappiamo che nessun posto è sicuro. Che è sufficiente che ci sia qualcuno che abbia interesse ad andare a vedere cosa c’è dentro la Mossack Fonseca per ottenere tutto ciò che vuole. E il discorso non vale solo per la Mossack Fonseca».

Ora, basta cambiare le parole Panama Papers con Pandora Papers. Nulla è cambiato rispetto a cinque anni fa.

Ma per comprendere meglio cosa accade dietro le quinte bisogna rileggere le parole che in quegli anni una fonte vicina ad alcuni servizi di intelligence internazionali mi rivelò nel corso di un incontro a Londra.

Era il 2015 quando incontrai Alan (il nome è di fantasia) in un affollato pub vicino alla City londinese. Alan sintetizzò le operazioni realizzate per infiltrarsi nei server delle banche, degli studi legali e delle società di gestione fiduciaria delle ricchezze con una sola parola: diplomazia. I paesi più forti nello scenario geopolitico internazionale – spiegò – hanno bisogno di informazioni economiche per meglio posizionarsi sullo scacchiere mondiale. Le informazioni diventano merce di scambio, strumenti attraverso i quali si fa politica sotterranea. Talvolta sono armi di ricatto. Munizioni che i governi più forti ammassano nei magazzini informatici pronti a utilizzarle per raggiungere un obiettivo, magari per rafforzare una trattativa nelle sedi internazionali.

I servizi di intelligence sono affamati di informazioni. E più queste informazioni riguardano soldi, flussi di denaro, architetture societarie per dissimulare patrimoni, più sono segrete, più sono importanti. Banche e paradisi fiscali sono nel mirino perché è qui che si mescolano i soldi, sporchi e puliti, che girano per il mondo.

Diplomazia e ricatti

Solo una parte di queste informazioni, aveva raccontato Alan, è destinata a emergere. Le informazioni più importanti, quelle che sono in grado di condizionare le decisioni politiche e finanziarie restano sommerse. Un esempio? Falciani aveva dichiarato che nell’operazione per prelevare i dati della Hsbc Private Bank erano stati copiati 800 gigabyte di file. La magistratura svizzera lo aveva accusato di aver rubato «almeno 67 gigabyte». Ma solo 3,3 gigabyte erano finiti prima nelle mani dei giornalisti di Le Monde e poi in quelle dell’Icij che le aveva pubblicate sui giornali di tutto il mondo. E gli altri 796,7 gigabyte? «Diplomazia», aveva risposto Alan con un sorriso sibillino.

Ben vengano, dunque, i Pandora Papers. Ma occorre avere la consapevolezza che queste informazioni – molto spesso – non vengono diffuse per caso. Certamente il compito di ogni buon giornalista è di pubblicarle senza esitazioni (dopo le necessarie verifiche, naturalmente), perché sono di straordinario interesse pubblico e aiutano a capire che c’è un mondo – sopra le nostre teste – che noi, cittadini comuni, non possiamo nemmeno immaginare quanto alle sue dimensioni e alla sua pervasività.

È il mondo che il giornalista investigativo inglese Oliver Bullough ha descritto magnificamente nel libro “Moneyland”, pubblicato in Gran Bretagna da Profile Books e ancora non tradotto in italiano.

Moneyland, scrive Bullough, è un paese di cui pochi hanno sentito parlare. Non appare su nessuna mappa, non ha confini, non possiede governi né esercito. È ovunque e da nessuna parte. È un mondo parallelo che scorre sopra le nostre teste ma che ha un impatto devastante sulle nostre vite perché, allo stesso modo di un parassita, succhia energie vitali dalle nostre fragili democrazie.

Il mondo delle élite

Moneyland è, in una parola, il mondo delle élite internazionali che spostano i loro soldi e se stessi ovunque vogliano, selezionando e scegliendo le leggi dei paesi in cui desiderano vivere. Moneyland è l’oscena incarnazione di chi, pur disponendo di risorse enormi, decide di nasconderle alla collettività violando il patto alla base dei nostri moderni sistemi democratici liberali.

«Chiamo questo nuovo mondo Moneyland – scrive Bullough -: passaporti di Malta, privacy americana, società fantasma panamensi, trust di Jersey, fondazioni del Liechtenstein, tutti collegati a formare uno spazio virtuale molto più grande della somma delle sue parti».

Le leggi di Moneyland sono quelle che, in qualsiasi luogo, sono le più congeniali per coloro che sono abbastanza ricchi da permettersi di sceglierle ogni volta che vogliono. Se un paese cambia le proprie norme per restringere il raggio di azione di Moneyland, loro trasferiscono se stessi o i loro asset verso paesi con leggi più generose. Se un paese approva una legge che offre nuove possibilità per arricchirsi, allora le loro ricchezze vengono spostate verso quel luogo.

I confini sono svaniti. Le élite muovono il loro denaro, i loro figli, le loro ricchezze e se stessi ovunque vogliano, selezionando e scegliendo quei paesi dove le leggi sono più favorevoli ai loro asset. Il risultato è che le regole e le restrizioni che valgono per le persone comuni non si applicano ai più ricchi.

Il lato oscuro della globalizzazione

«Il denaro scorre attraverso le frontiere – racconta Bullough – ma le leggi che lo regolamentano» hanno dei confini che valgono per alcuni ma non per altri.

Moneyland è il regno dell’evasione fiscale, della corruzione e della cleptocrazia.

In qualunque modo il denaro venga rubato, finisce poi negli stessi posti: Londra, New York, Miami. E in qualsivoglia luogo riappaia viene riciclato negli stessi modi, attraverso “shell companies” o altre strutture legali sempre nella stessa manciata di giurisdizioni: i paradisi fiscali e societari.

Questa è Moneyland. È il lato oscuro della globalizzazione, dove i capitali vengono spostati non per raggiungere il massimo grado di efficienza ma per essere protetti dalla segretezza.

Ora i Pandora Papers accendono un nuovo riflettore su questo mondo.

 

PER APPROFONDIRE 

Moneyland, il mostro da combattere per sconfiggere l’evasione fiscale

 

«Così i servizi di intelligence si infiltrano nelle banche per stanare gli evasori fiscali»

 

«Un grande scandalo che favorisce gli Stati Uniti»

 

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angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com

  • habsb |

    Direi che si possono fare 3 considerazioni

    1° La prima è che queste fughe di dati, inevitabili dati gli interessi in gioco, e la relativa trasparenza che ne consegue, si verificano solo nei paesi liberal-democratici. Vengono da Panama, dalla Svizzera, dagli USA e non da Mosca o Pechino. Per cui, se vogliamo progredire verso la trasparenza fiscale, sappiamo quale è la buona direzione politica

    2° è anche interessante osservare come il vizietto dell’evasione o elusione non risparmi proprio quei politici “sinistri” che tanto hanno tuonato contro gli evasori. Il laburista Blair, il socialista Strauss Kahn, per non parlare del caso estremo dell’altro socialista franceses Cahuzac, cosi’ vocale contro l’evasione che prometteva di stroncare, mentre nascondeva i propri milioni a Singapore.
    L’insegnamento è che occorre diffidare di tutti i politici che si lanciano in crociata contro l’evasione

    3° Infine, è mia opinione che nulla e nessuno potrà mai neutralizzare l’elusione fiscale, finché il livello di tassazione non sarà deciso democraticamente, tramite referendum popolare . Ciascuno deve esprimersi sulle aliquote che considera giuste e accettabili e allora non vi sarà più evasione se non da parte di qualche caso isolato patologico e marginale.
    Oggi l’elusione è un fenomeno diffuso generalizzato e naturale perché le modalità e le aliquote di tassazione sono decise da un’oligarchia politica non già in base a principi di giustizia e efficacia, ma avendo in mente la massimizzazione degli introiti e quindi del potere associato ai fondi raccolti. Ne consegue una tassazione quasi ovunque eccessiva, che provoca inevitabilmente fenomeni di massa di ottimizzazione, elusione e evasione.
    Un lavoro senza fine per i giornalisti a caccia di scandali, impeganti a svuotare il mare con un cucchiaino da caffé.

  • carl |

    Meditate gente..Meditate..:)
    800 Gigabyte “aspirati” soltanto alla HSBC e di questi solo una minima parte sarebbero divenuti di dominio pubblico… Vien da chiedersi quanti Gigabyte siano stati aspirati da altre “SHELLS”..:) E dove siano.
    E’ stato detto: “Nessuno è più al sicuro.. (fiscalmente parlando)”, eppure, in tutto e per tutto come nella “Fattoria degli animali” di G.Orwell, alcuni sono più al sicuro di altri..
    D’altronde, come fa dire T.di Lampedusa ad una vecchia volpe: “Tutto deve cambiare, affinchè nulla cambi..”, almeno per coloro che nella “Fattoria” sono “più uguali degli altri”.

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