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L’Europa da cambiare e il pesante macigno dell’elusione fiscale

Due anonimi indirizzi in Lussemburgo e in Olanda raccontano meglio di qualunque altro argomento il problema dell’elusione fiscale nell’Unione europea. Ogni anno i Paesi della Ue perdono almeno 70 miliardi di euro in entrate a causa degli schemi messi in atto dalle multinazionali per pagare meno tasse. E se si considerano anche le perdite dovute a regimi speciali con bassa imposizione fiscale, la cifra potrebbe arrivare a 160-190 miliardi di euro all’anno. Il dramma è che tutto è perfettamente legale. L’elusione fiscale si traduce anche in una concorrenza sleale nei confronti delle piccole e medie imprese, che in Italia rappresentano la stragrande maggioranza delle società.

I due indirizzi da cui partire per capire il problema sono uno nella città di Lussemburgo e l’altro ad Amsterdam, non a caso i due paesi nei quali si concentra la maggior parte dell’elusione fiscale nella Ue.

Le società di Cristiano Ronaldo

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Il primo indirizzo da prendere in considerazione è un piccolo palazzo anonimo al numero 92 di Rue de Bonnevoie, alle spalle della stazione ferroviaria di Lussemburgo. Qui ha sede la Crs Holding, una società che appartiene al calciatore della Juventus, Cristiano Ronaldo. Sul citofono naturalmente  il nome di Ronaldo non c’è ma compare quello della Private Trustees, una fiduciaria fondata da un professionista italiano. È anche presumibile che Ronaldo qui non sia mai venuto. La sua società non ha dipendenti né uffici.

Ma perché mai Ronaldo, che ha giocato nel Granducato soltanto una partita Portogallo-Lussemburgo nel 2012 per le qualificazioni ai mondiali del 2014, ha aperto una società proprio in Lussemburgo? Cosa c’entra Ronaldo con questo paese? Niente. Vedremo poi perché lo ha fatto.

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Rolling Stones e U2 scelgono l’Olanda

Spostiamoci adesso ad Amsterdam, lungo uno dei canali più lussuosi della capitale dell’Olanda. L’indirizzo è il numero 566 di Herengracht. Se capitate davanti a questo palazzo vedrete accanto al portone una targhetta di ottone con un disegno rosso: una bocca con una lingua. È il marchio dei Rolling Stones, che qui posseggono diverse società e fondazioni che percepiscono gli introiti dei diritti sulle loro canzoni e sul loro brand. Da tutto il mondo i soldi confluiscono in queste società.

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LEGGI IL DOSSIER DI “FIUME DI DENARO” SUI PARADISI FISCALI NELLA UE

Ma i Rolling Stones non sono soli. Nello stesso palazzo al numero 566 di Herengracht c’è anche la società degli U2. Stesso copione dei Rolling Stones. La società di Bono e della band di Dublino percepisce i diritti d’autore. E allora ci si chiede. Cosa c’entra l’Olanda con un gruppo rock britannico e un gruppo irlandese? Perché Rolling Stones e U2 hanno creato delle società proprio ad Amsterdam?

La risposta è semplice: per pagare meno tasse. In Lussemburgo non si pagano imposte sui capital gain, non si pagano tasse sui dividenti percepiti nel Granducato da società che hanno sede in altri paesi e non si pagano imposte neppure per gli interessi e le royalties che vengono versati a società che hanno sede fuori del Lussemburgo. Anche in Olanda royalties, capital gain, interessi e dividendi non vengono tassati.

Ecco perché Ronaldo, Bono, Mick Jagger e compagni sono corsi qui. Ma la cosa più incredibile è che è tutto perfettamente legale, salvo prova contraria.

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Il rapporto Oxfam

L’ultimo rapporto di Oxfam (leggi qui), una Ong che si batte per la riduzione delle diseguaglianze e della povertà, diffuso il 7 marzo, ha stimato che l’elusione fiscale delle società sia costata a Francia, Germania, Italia e Spagna circa 35 miliardi di euro nel 2015. Per l’Italia l’ammanco fiscale si attesta intorno a 6,5 miliardi di euro: una cifra che, se reinvestita nel bilancio sanitario, avrebbe potuto portare a una riduzione fino al 18% della spesa medica out-of-pocket delle famiglie italiane (al netto delle detrazioni).

Martedì 12 marzo l’Ecofin dovrà esaminare la black list europea dei paesi che non cooperano ai fini fiscali, cioé i cosiddetti “tax haven”. Ma sempre secondo il rapporto Oxfam ci sono cinque paesi della Ue che hanno le caratteristiche dei paradisi fiscali. Sono Cipro, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Olanda. E’ stata però la stessa Commissione europea a indicare lo scorso anno (e lo ha confermato poche settimane fa) che ci sono sette paesi nella Ue che adottano politiche fiscali aggressive: Cipro, Irlanda, Malta, Lussemburgo, Olanda (gli stessi paesi indicati da Oxfam), a cui si aggiungono Belgio e Ungheria.

Le società fantasma in Olanda

Torniamo in Olanda. Nessuna guida turistica vi porterà mai a Prins Bernhardplein 200, a circa quattro chilometri dal centro di Amsterdam, eppure in questa piazza c’è un palazzo in vetro e cemento dove hanno sede 2.812 società che provengono da tutto il mondo, Italia compresa. Ci si aspetterebbe un brulicare di persone, impiegati, clienti, fornitori ma non c’è nulla di tutto questo. Perché qui ha sede la Intertrust, una società fiduciaria e le società qui ci sono solo sulla carta.

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In un rapporto del ministero delle Finanze olandese si legge che nei Paesi Bassi esistono circa 15mila società finanziarie speciali (spesso note come società “bucalettere”) attraverso le quali passano circa 4.500 miliardi di euro all’anno. Soltanto una piccola percentuale di questo importo è soggetto a tassazione: appena 199 miliardi.

I Paesi Bassi sono una calamita di società provenienti da tutto il mondo e in particolare di multinazionali, soprattutto degli Usa. Più della metà delle società della classifica Fortune 500 ha almeno una filiale nei Paesi Bassi. Tutte le più importanti multinazionali hanno una holding in Olanda.

Ikea, ad esempio, che tutti noi reputiamo una società svedese, oggi legalmente non lo è più. Perché la società capogruppo, la Ingka Holding, ha sede a Leida, una città a 40 chilometri da Amsterdam. Fiat Chrysler Automobiles ha la sede legale nella capitale olandese e quella fiscale a Londra. E ad Amsterdam ci sono Google, Tesla, eBay, Booking, Nike.

Le multinazionali in Irlanda

Altre società hanno scelto invece l’Irlanda per pagare meno tasse. A Dublino ci sono, per esempio, ancora Google, Facebook, Microsoft, Apple, ci sono multinazionali farmaceutiche e tutte le più importanti società della Silicon Valley. In Irlanda le tasse che si pagano sulla proprietà intellettuale e sulle attività immateriali (marchi, brevetti, licenze) possono arrivare allo zero.

Tra il 2014 e il 2017 qui sono state trasferite attività immateriali per circa 300 miliardi di euro e si stima che nei prossimi anni potrebbero essere trasferiti marchi, licenze, brevetti per mille miliardi di euro.

Qual è l’effetto di tutto ciò? La conseguenza è che le multinazionali dovrebbero pagare le giuste imposte nei paesi dove hanno le loro attività, dove fatturano le prestazioni e le vendite. Ma oggi spostando le società capogruppo o quelle che detengono i diritti intangibili nei paesi a bassa tassazione, drenano risorse dai paesi – come l’Italia – che hanno una tassazione più alta.

Assistiamo da anni a uno spostamento di risorse (cioé la tasse pagate) da alcuni paesi dell’Unione europea verso pochi altri, soprattutto Olanda, Irlanda e Lussemburgo.

Il sistema dei tax ruling

Uno dei sistemi attraverso i quali si verifica l’elusione fiscale è quello dei tax ruling. Cosa sono? I tax ruling sono degli accordi attraverso i quali le multinazionali concordano con le autorità fiscali di un Paese quante tasse dovranno pagare. Il numero dei tax ruling firmati da Stati membri della Ue è aumentato del 64% tra il 2015 e il 2016 (ultimi dati disponibili), salendo da 1.252 a 2.053.

Negli ultimi anni sono saliti alla ribalta alcuni casi che hanno dimostrato l’utilizzo ai limiti della legge di questi accordi fiscali. Come lo scandalo Luxleaks del 2015, che ha rivelato l’esistenza di oltre 548 accordi fiscali siglati tra il 2002 e il 2010 tra 300 gruppi multinazionali (tra cui Pepsi, Ikea, Deutsche Bank, Apple) e le autorità fiscali del Lussemburgo. Accordi che hanno favorito schemi di pianificazione fiscale aggressiva incentivando un trasferimento verso il Lussemburgo di profitti realizzati in paesi a più alta fiscalità in cambio del pagamento di un’aliquota effettiva irrisoria, spesso inferiore all’1% degli utili dichiarati.

Tra i casi più emblematici ci sono i tax ruling concessi nel 2007 dall’Olanda a Starbucks e nel 2012 dal Lussemburgo a Fca, il ruling del 2003 del Lussemburgo a favore di Amazon o il caso della Apple, arrivata a versare nel 2014 lo 0,005% degli utili registrati in Irlanda con un beneficio fiscale indebito stimato dalla Commissione europea in 13 miliardi di euro per il periodo 2003-2014.

Le conseguenze per l’Italia le ha riassunte efficacemente Oxfam nell’ultimo rapporto: 23 miliardi di euro di profitti trasferiti dal nostro paese ai “paradisi fiscali” interni alla Ue, e 6,5 miliardi di euro di imposte non pagate. Tanti soldi, e si tratta di stime prudenti. Cosa si può fare con 6,5 miliardi?

Porre fine a questo sistema è teoricamente semplice. Basterebbe far pagare alle multinazionali le imposte laddove producono gli utili, cioè nei paesi nei quali vendono i loro prodotti. Ma occorrerebbe un’altra riforma, questa sì tutta interna all’Unione europea. Occorrerebbe superare quella norma che impone l’unanimità di tutti gli Stati della Ue sulle questioni fiscali. I piccoli paesi hanno un enorme potere di veto. E così, Stati come il Lussemburgo e l’Olanda, così rigoristi quando di tratta dei deficit di bilancio altrui ma molto lassisti sul loro comportamento fiscale, possono impedire che vengano adottate efficaci norme antielusione. Per sconfiggere l’elusione fiscale bisogna cambiare l’Europa.

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