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Stati Uniti, ecco chi è il grande assente nella blacklist europea dei paradisi fiscali

C’è un grande assente nella blacklist dell’Unione europea sui paradisi fiscali. È la culla della democrazia, la patria della libertà di stampa, la prima potenza economica mondiale. Sono gli Stati Uniti d’America.

Già, può sembrare una provocazione parlare degli Usa come di un qualsiasi paradiso fiscale e ancora di più può chiederne l’inserimento nella “lista nera”. E in parte lo è. Ma gli Usa sono da alcuni anni l’Eldorado degli evasori. Se vuoi nascondere al Fisco le tue ricchezze – e non sei un cittadino americano – ti conviene dimenticare Panama, le Cayman o le Bermuda e fare rotta verso l’altra sponda dell’Atlantico. Il Delaware, il Wyoming, il Nevada, ma non solo, sono pronti ad accoglierti e a concederti quella invisibile protezione che impedirà ai tuoi dati di finire nelle mani delle autorità fiscali del tuo paese.

Lo scorso anno l’organizzazione non governativa Tax Justice Network aveva collocato gli Stati Uniti al secondo posto dopo la Svizzera nell’elenco delle giurisdizioni più segrete del mondo. Ma è stato solo il sigillo di una verità che gli addetti ai lavori conoscono da tempo fin troppo bene.

Gli Stati Uniti sono un buco nero. Non del tutto, per la verità, ma si comportano come quelle stelle che assorbono la luce degli altri corpi celesti e non ne inviano all’esterno neppure un raggio.

La guerra alla Svizzera

Come si è arrivati a questo? È accaduto molto in fretta. Eppure tutti ricordano che è proprio grazie agli Stati Uniti se il segreto bancario è stato pressoché abolito in gran parte del mondo. Tutti ricordano lo scontro (anche diplomatico) tra Washington e la Svizzera nel 2007, quando gli Usa pretesero i nomi dei cittadini americani che avevano aperto segretamente un conto bancario all’Ubs, la più grande banca della Confederazione elvetica. E tutti ricordano il furto dell’intero archivio informatico della Hsbc Private Bank che conteneva i conti degli evasori fiscali di mezzo mondo, un’operazione alla quale gli Stati Uniti non erano estranei.

LEGGI IL POST Parla uno 007: “Così ci infiltriamo nelle banche internazionali per stanare gli evasori fiscali”

Cosa è successo da allora? Dopo aver fiaccato (efficacemente) tutte le resistenze dei paradisi fiscali e delle banche complici del sistema internazionale di evasione fiscale, gli Usa hanno approvato nel 2000 una nuova legge (entrata in vigore nel 2004), la norma sulla conformità fiscale dei conti bancari esteri, meglio nota con l’acronimo Fatca.

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La legge obbliga le banche straniere e gli intermediari finanziari (gli operatori qualificati) a inviare informazioni sui loro clienti statunitensi all’Internal Revenue Service, il Fisco americano. Le banche che non ottemperano a questo obbligo sono soggette a un’imposta pesante sulle loro transazioni con gli Stati Uniti: una autentica condanna a morte per gli istituti riottosi, considerata la forza del dollaro come valuta di compensazione globale.

Gli Stati Uniti hanno poi sottoscritto con gli altri paesi accordi bilaterali per lo scambio di informazioni, ma sempre all’interno delle regole del Fatca, in base al quale ricevono più dati di quanti ne trasmettono.

Nel frattempo però, circa 150 paesi aderenti all’Ocse hanno sottoscritto un accordo multilaterale per lo scambio reciproco delle informazioni finanziarie ai fini fiscali, meglio noto come Common Reporting Standard (Crs), divenuto – come dice la parola – una sorta di standard globale che identifica tempi e modalità delle informazioni che possono essere utili per far emergere nuovi imponibili fiscali che altrimenti sarebbero rimasti sconosciuti. Queste informazioni vengono scambiate automaticamente tra i paesi aderenti.

L’impetuoso fiume di dati provenienti dalle banche, dalle assicurazioni, dai fondi e dagli altri intermediari finanziari si è già messo in moto e oggi le autorità fiscali dei 150 paesi stanno macinando una mole enorme di informazioni utili per capire quanti e quali soldi sono stati nascosti all’estero dai propri contribuenti.

Il paradosso fiscale

Ma il paese che ha avviato la guerra all’evasione fiscale internazionale, paradossalmente non aderisce al Crs e non scambia automaticamente informazioni con gli altri paesi.

Ne è nata una situazione un po’ paradossale. Tutti gli Stati sono obbligati a fornire informazioni agli Usa, pena l’uscita delle proprie banche dal mercato americano, ma gli Stati Uniti no, almeno non nella stessa misura.

I dati che vengono scambiati attraverso gli accordi bilaterali nel quadro del Fatca non hanno l’ampiezza di quelli previsti dal Crs. Manca una completa reciprocità ed è tutto a vantaggio degli Stati Uniti.

Per un italiano (o un francese o un tedesco) è divenuto molto più facile sottrarsi al radar del Fisco aprendo una società negli Stati Uniti che nelle isole Cayman.
Nel frattempo, i piccoli paradisi fiscali cominciano a soffrire perché una parte del business legato all’evasione e all’elusione fiscale oppure soltanto alla segretezza, si sta spostando verso gli Stati Uniti.

E i paesi in via di sviluppo – nota Didier Jacobs, senior policy advisor di Oxfam America – sono esclusi dal Crs perché non dispongono della capacità amministrativa per proteggere la riservatezza delle informazioni dei contribuenti.

Ben vengano, dunque, la revisione e l’allargamento della blacklist dell’Unione europea ma i 28 Stati che la compongono dovrebbero alzare un po’ la voce verso Washington. Qualcuno sostiene che non possano farlo, anche perché gli Stati Uniti avrebbero buon gioco a puntare il dito contro alcuni paesi della Ue che sono di fatto dei veri e propri paradisi fiscali. Paesi come l’Olanda, l’Irlanda, il Lussemburgo, Malta e Cipro. Ma questa è un’altra storia.

L’URLO è anche su Facebook e su Flipboard

Twitter: @Angelo_Mincuzzi

angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com

  • Angelo Mincuzzi |

    Vivo nel suo stesso mondo. Grazie per gli auguri.

  • giovanni |

    ma in che mondo o realta’ vivi…??? auguri

  • habsb |

    Si puo’ benissimo rifiutare di aderire al pastrocchio del CRS senza essere un “paradiso fiscale”.

    Il “paradiso fiscale” statunitense ha incassato nel 2015 qualcosa 3293 miliardi di gettito fiscale ossia 9 o 10 volte di più di governi dalla fiscalità notoriamente oppressiva come Francia o Italia.

    Malgrado che la popolazione americana sia lungi dall’essere 10 volte piu’ grande di quella italiana o francese.

    Cio’ basti per liquidare come “bufala” l’insinuazione che gli USA siano un paradiso fiscale, relegandola nel posto che merita, fra le “fake news” di Sputnik Italia

  • Angelo Mincuzzi |

    Agli USA si rimprovera di non aver aderito al Common reporting standard. Condivido la domanda finale del suo intervento.

  • habsb |

    Non capisco cosa si rimproveri agli USA se non l’asimmetria degli scambi imposti dal FATCA. Asimmetria che è resa possibile dall’asimmetria dei vantaggi e benefici ottenuti dalle banche europee che lavorano sul mercato americano.

    In pratica quindi si constata giustamente che gli USA arricchiscono le banche europee aprendo il loro mercato, ma si depreca che in cambio di questo arricchimento gli USA chiedano informazioni alle banche europee.

    Insomma si vorrebbe che le banche europee continuino ad arricchirsi sul prospero mercato USA, e che in piu’ gli USA si perdano nelle stalle di Augias della Babele di staterelli e fiscalità europee.

    E si l’Europa si dotasse di una fiscalità unica, magari allineata su quella americana ?

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