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I paradisi fiscali? Sono tra noi, nel carrello del supermarket

I paradisi fiscali? Dopo la maxistangata inflitta alla Apple, pensiamo davvero che siano soltanto delle isolette sperdute in luoghi esotici lontani anni luce dalla nostra vita quotidiana? Siamo davvero convinti che la loro esistenza non ci riguardi? Niente di più sbagliato. E’ strano accorgersi che siamo noi stessi a ingigantire quel grande fiume di denaro che scompare dal nostro paese per riapparire tra le sabbie bianche delle Bermuda e delle Cayman o tra le colline del Lussemburgo e quelle del Liechtenstein. Sì, siamo complici anche noi dei grandi business dell’evasione e dell’elusione fiscale. Siamo coinvolti e non lo sappiamo. E vi partecipiamo perché, in fondo, non abbiamo alternative.

Da quando apriamo gli occhi la mattina e accendiamo il nostro smartphone fino a quando andiamo a dormire, ogni ora, ogni minuto della nostra giornata sono un piccolo contributo alla ricchezza dei paradisi fiscali. Cinquanta centesimi, un euro o dieci alla volta, i nostri soldi prendono anch’essi la strada di luoghi lontani, mescolandosi con quelli dei veri evasori fiscali. Volano verso paesi che non hanno nulla a che fare con noi. Almeno così immaginiamo. Ma ci sbagliamo. E di grosso.

Evasioni quotidiane

Prendiamo un sabato tra i tanti della nostra vita. Approfittiamo del bel tempo e decidiamo di fare una corsa nel parco più vicino o sul lungomare della nostra città. Indossiamo maglietta e pantaloncini e le nostre scarpe Nike appena acquistate. Sono le sette del mattino e siamo già entrati, nostro malgrado, nel grande tourbillon dei paradisi fiscali. I soldi spesi per le scarpe da jogging sono andati ad alimentare gli 8,3 miliardi di dollari di utili che il gigante dell’abbigliamento sportivo ha parcheggiato fuori dai confini degli Stati Uniti per non versare al fisco Usa 2,7 miliardi di imposte. Tutto regolare, per carità. Nessuna legge è stata violata e nessuno potrà mai contestare qualcosa alla società. Ma per evitare di pagare il 35% di imposte sugli utili previsti dalle leggi degli Stati Uniti, Nike ha trasferito la proprietà di alcuni dei suoi marchi a tre società domiciliate alle Bermuda e ha deciso di lasciare lì gran parte dei suoi profitti. Ecco cosa c’entrano i paradisi fiscali con un paio di semplici scarpe.

Le Bermuda sono una delle più vecchie e solide giurisdizioni segrete del mondo, utilizzate da decenni per pagare meno tasse. Ma non ci sono solo le isole dei Caraibi tra le mete preferite del brand statunitense. I soldi che abbiamo pagato per le scarpe, infatti, vengono risucchiati in un complicato giro di società che servono alla Nike per completare quella che gli esperti definiscono l’”ottimizzazione fiscale”. Il gruppo Usa possiede numerose società controllate in altri paradisi fiscali: 14 nel Delaware, 8 a Hong Kong, 38 in Olanda, una a Panama, 3 a Singapore e una in Svizzera. Possiamo ancora pensare che i paradisi fiscali siano qualcosa di estraneo alla nostra vita?

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Quanto le grandi multinazionali americane siano presenti nelle giurisdizioni segrete di tutto il mondo lo spiega un rapporto stilato dall’organizzazione non governativa Citizen for tax justice (Ctj) e da U.S. Pirg Education Fund, dal titolo “Offshore shell games 2015“. Gli esperti delle due organizzazioni hanno calcolato che le società Usa che fanno parte della lista Fortune 500 (la classifica che raggruppa le 500 maggiori compagnie statunitensi) hanno parcheggiato nei paradisi fiscali più di 2,1 trilioni di dollari (pari a 2.100 miliardi di dollari) per evitare di pagare circa 90 miliardi di dollari di imposte federali. Delle 500 società, ben 358 possiedono in totale 7.622 filiali in paradisi fiscali dove non hanno impianti di produzione e dunque non avrebbero nessun motivo di essere presenti.

Quanti “paradisi” al supermarket

Ma torniamo al nostro sabato qualunque. Il supermercato dietro l’angolo di casa è un insospettabile avamposto dei più famosi paradisi fiscali del mondo. Acquistiamo una lattina di Coca Cola (33,3 miliardi di dollari parcheggiati offshore dal gruppo di Atlanta e filiali nelle Isole Cayman, Irlanda, Lussemburgo, Olanda e Singapore) e per par condicio anche una di Pepsi (37,8 miliardi di dollari di utili nelle giurisdizioni segrete e filiali alle Bermuda, Barbados, Cayman, Gibilterra, Liechtenstein, Panama e altro ancora). Coca Cola e Pepsi Cola fanno parte anche delle oltre 350 società che hanno firmato accordi fiscali con il Lussemburgo per ridurre drasticamente, o annullare, le imposte da versare. Lo scandalo LuxLeaks è esploso alla fine del 2014 quando un dipendente della PriceWaterhouseCoopers (Pwc), Antoine Deltour, ha rivelato l’esistenza degli accordi segreti dopo aver prelevato migliaia di documenti, poi consegnati al Consorzio internazionale giornalisti investigativi (lo stesso dei Panama Papers).

Sebbene sia uno dei paesi fondatori dell’Unione europea e il suo ex primo ministro, Jean Claude Juncker, sia l’attuale presidente della Commissione Ue, il Lussemburgo è un vero paradiso per le società di tutto il mondo, proprio a causa della bassa imposizione e degli accordi di tax ruling che ne abbassano ulteriormente l’aliquota fiscale.

Nel carrello della spesa riponiamo anche una confezione di tonno Rio Mare, una scatola di detersivo Omino Bianco e un flacone di sapone liquido Neutro Roberts. Ottimi prodotti, tutti brand del gruppo Bolton, anch’esso coinvolto dell’affaire LuxLeaks in Lussemburgo.

Aggiungiamo un tubetto di dentifricio AZ, dei rasoi Gillette, uno shampoo Pantene, una confezione di pile Duracell e delle patatine Pringles. Si tratta di prodotti della multinazionale americana Procter & Gamble, che al di fuori degli Stati Uniti ha momentaneamente parcheggiato 45 miliardi di dollari di profitti e possiede filiali a Panama, Singapore, Svizzera, Olanda, Lussemburgo, Hong Kong, Costa Rica e Irlanda. Si può fare il giro del mondo se ci si sposta tra i paradisi fiscali in cui la multinazionale è presente, ma del resto Procter & Gamble è una delle più grandi aziende del globo.

Alla cassa paghiamo con una carta di credito: Visa, Mastercard o American Express non fa nessuna differenza. Con tutte e tre possiamo sentirci parte del grande business dell’elusione fiscale che – è bene ricordarlo – è del tutto legale. Visa ha 5 miliardi di dollari offshore e una filiale a Singapore; Mastercard ha 3,3 miliardi all’estero e filiali in Olanda e Singapore; American Express possiede 9,7 miliardi offshore e filiali nelle Channel Islands, Antille Olandesi, Lussemburgo e Hong Kong.

Il web regno dell’elusione

Sprofondati nel divano di casa, utilizziamo adesso il nostro iPhone o iPad per navigare un po’ sul web. Siamo al top del nostro obolo regalato ai paradisi fiscali. Apple, che produce gli iPhone e gli iPad, ha parcheggiato in territori offshore ben 181,1 miliardi di dollari. E’ il quantitativo più alto tra le 500 società della classifica di Fortune. Se rimpatriasse negli Stati Uniti questi utili dovrebbe pagare circa 60 miliardi di dollari di imposte, invece del 2,3% che versa ai paesi nei quali ha domiciliato le società. Sanzionata pesantemente dall’Unione europea per gli accordi fiscali con l’Irlanda, in Italia Apple ha raggiunto un accordo con l’Agenzia delle Entrate per porre fine a un contenzioso sul mancato versamento di 879 milioni di euro di imposte e ha pagato 318 milioni di euro alla fine dello scorso anno. Gli utili ottenuti dalle vendite in Italia finivano in Irlanda, dove l’imposizione fiscale è molto più bassa. Ma il Fisco e la procura di Milano hanno posto fine a questo stratagemma.

Proseguiamo la nostra navigazione su Internet e apriamo la pagina di Google per aiutarci nella ricerca. Se si utilizza il web è impossibile sfuggire alla rete dei paradisi fiscali. Tutte le grandi web companies utilizzano architetture societarie offshore per eludere le imposte. Google si serve di due meccanismi per pagare le tasse dove è più vantaggioso invece che nei paesi nei quali produce reddito. Gli schemi si chiamano “Double Irish” e “Dutch sandwich” e prevedono che i soldi incamerati in Italia (così come negli altri paesi extra-Usa) finiscano in Irlanda passando attraverso l’Olanda e terminino la corsa sulle spiagge delle Bermuda. In questo modo Google ha accumulato 47,7 miliardi di dollari che restano fermi nel paradiso fiscale dei Caraibi. E’ il motivo che ha spinto la procura di Milano a contestare alla società di Mountain View 227 milioni di euro di imposta evasa, tutti soldi finiti alle Bermuda e che invece dovevano rimanere in Italia, almeno secondo i magistrati e la Guardia di Finanza di Milano.

Decidiamo allora di ordinare un libro su Amazon, società che ha parcheggiato offshore “solo” 2,5 miliardi di dollari ma controlla due filiali in Lussemburgo verso le quali si dirigono i soldi pagati per l’acquisto del volume. Niente resta in Italia. I nostri soldi varcano in un lampo il confine nazionale e riaffiorano mille chilometri più a Nord. Con loro sfuma anche un lauto incasso per il Fisco italiano e, dunque, la possibilità di aumentare le risorse da impiegare per opere pubbliche e welfare, cioè per il nostro benessere.

I centri offshore sono entrati nella nostra vita

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Sul sito di Ikea invece, cerchiamo delle sedie per la nostra casa e senza saperlo ci addentriamo in un ginepraio di società sparse in svariati paradisi fiscali. In Belgio, nel comune fiammingo di Zaventem, c’è la sede sociale della società anonima Ikea Service Center, che nel 2013 ha ottenuto un tasso di imposizione degli utili solo del 4%. Ikea Service Center è la banca interna del gruppo, collegata alla Ingka Holding (la casa-madre di Ikea) e alla Inter Ikea Service (detentrice del marchio), entrambe domiciliate in Olanda, e alla Inter Ikea Holding (che distribuisce gli utili generati dal marchio alla famiglia del fondatore Ingvar Kamprad, nella foto qui sopra) impiantata nel granducato del Lussemburgo fino al 3 maggio 2016, quando si è trasferita in Svizzera, a Freienbach. Nel 2009 la Ikea Holding International era volata addirittura a Curacao, nelle ex Antille Olandesi.

I paradisi fiscali sono entrati di prepotenza nella nostra vita, anche se noi non ce ne siamo accorti. Le giurisdizioni offshore non sono un’anomalia del sistema ma ne costituiscono una parte fondamentale. Per questo non è per nulla certo che gli sforzi dei paesi del G20 e dell’Ocse per ridimensionare il fenomeno abbiano successo. Le giurisdizioni offshore, infatti, prosperano non solo grazie all’elusione fiscale ma anche e soprattutto all’evasione fiscale. Si calcola che nei centri offshore possano essere custodite ricchezze finanziarie per 32mila miliardi di dollari. Interessi enormi che hanno bisogno dei paradisi fiscali e che cercano sempre nuovi canali di sbocco. «I soldi sono come l’acqua – ha affermato l’ex ministro delle Finanze svizzero, Hans Rudolf Mertz -: trovano sempre una fessura in cui scorrere. Ecco perché l’evasione fiscale continuerà a esistere in futuro».

Decidiamo di chiudere la connessione con Internet e andiamo a dormire con un po’ di mal di testa per via del nostro slalom tra i paradisi fiscali di mezzo mondo. Una compressa di Efferalgan ci aiuterà ad assopirci tranquilli. Ne siamo certi? Sì, ma a patto che nessuno ci riveli che la Bristol-Myers Squibb, la società che produce il farmaco, possiede anche lei filiali alle Barbados, alle Bermuda, a Panama, in Irlanda, Olanda e Lussemburgo. E che offshore ha parcheggiato ben 24 miliardi di dollari. Neppure le medicine riescono a calmare la febbre dei paradisi fiscali.

 

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angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com