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Juncker, il “lupo nell’ovile” di un’Europa che ha smarrito l’anima e ha spianato la strada alla Brexit

Che Europa è mai quella che sceglie di eleggere al suo vertice un politico come il lussemburghese Jean-Claude Juncker, l’uomo che incarna il cinismo dei paradisi fiscali? Affabile e comunicativo in pubblico, Juncker appare dietro le quinte come il protettore dell’opacità e degli accordi occulti. Una sorta di Dr Jekyll e Mr Hyde, lo specchio di un’Unione europea al servizio delle lobby e sempre più lontana dai bisogni dei cittadini. Vero piu’ che mai dopo il voto sulla Brexit che determinera’ l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue.

È questo l’atto di accusa che Eva Joly, ex magistrato, candidata dei Verdi alle presidenziali francesi del 2012 e oggi parlamentare europea, consegna ai lettori nel suo nuovo libro scritto con la giornalista Guillemette Faure e da qualche giorno nelle librerie in Francia per l’editore Les Arènes. Una lettura interessante.
Il libro si intitola “Le loup dans la bergerie“, che in italiano si può tradurre come “Il lupo nell’ovile”: un titolo che già da solo fa capire il messaggio contenuto nelle 158 pagine. Il lupo – per Eva Joly – è naturalmente Jean-Claude Juncker, 61 anni, presidente della Commissione di Bruxelles, politico di lungo corso e unico superstite sul palcoscenico tra i leader che animavano la scena europea all’epoca dell’accordo di Maastricht nei primi anni Novanta del secolo scorso. Nella sua lunga carriera Juncker ha sepolto (politicamente s’intende) uomini del calibro di Helmuth Kohl, di Jacques Chirac, di Romano Prodi e di Jacques Delors.

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Kohl  – scrive Eva Joly (nella foto qui sopra) – lo definiva con l’appellativo scherzoso di “junior”, perché nel 1982 a soli 28 anni, Juncker è già ministro del Lavoro in Lussemburgo, il più giovane ministro in Europa. Nel 1989 viene nominato anche ministro delle Finanze, in un paese che ha da poco instaurato il segreto bancario. Nel 1995, quando Jacques Santer diventa presidente della Commissione europea, Juncker prende il suo posto alla guida del governo lussemburghese. Rimarrà primo ministro fino al 2013 e sommerà a questa carica anche quella di presidente dell’Eurogruppo, il consesso informale dei ministri delle Finanze della Ue divenuto ormai il perno della politica economica europea anche se nessun trattato ne prevede l’esistenza. Quando nel 2014 Juncker si dimette dalla guida del governo del Granducato, resta disoccupato solo per pochi mesi: il 1° novembre dello stesso anno, infatti, viene eletto presidente della Commissione europea, garante di un accordo che spiana la strada alla “grande coalizione” tra i partiti popolari e i socialisti.

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In 34 anni di attività politica, ricostruisce Eva Joly nel suo libro, Juncker ha fatto del Lussemburgo il paese più ricco del mondo se consideriamo il parametro del Pil per abitante. Una ricchezza fatta di piccoli particolari. Oggi nel Granducato il salario minimo è il più alto d’Europa: 1.900 euro al mese. Nel 2015 la crescita economica del paese è stata del 4,7%. Chi è in grado di fare meglio?
Kirchberg, il quartiere situato su un altopiano a nord-est del centro di Lussemburgo, la capitale del Granducato, ospita oggi gli edifici di varie istituzioni dell’Unione europea, tra cui la Corte di giustizia, la Corte dei conti, parte della Commissione europea, il Segretariato del Parlamento europeo, la Banca europea degli investimenti. Nella parte orientale del quartiere ci sono gli uffici di gran parte delle 143 banche internazionali presenti nel paese. A Kirchberg lavorano 35mila persone e i servizi finanziari rappresentano più di un terzo degli introiti del Lussemburgo. Nel 2014 nel Granducato erano domiciliati 3.905 fondi di investimento che gestivano attività per 3.500 miliardi di euro. Qui ci sono anche le sedi delle grandi multinazionali del web come Skype e Amazon. E infatti negli ultimi vent’anni le grandi società internazionali hanno domiciliato le loro holding in Lussemburgo, pur non avendo attività reali nel paese: si stima che solo il 5% degli investimenti stranieri nel Granducato corrispondano a una attività reale.
Non stupisce, quindi, che questa ricchezza abbia trasformato il Lussemburgo nel paese più eurottimista e più filoeuropeo della Ue. Da un’economia mono-industriale basata sulla siderurgia il Lussemburgo ha compiuto una virata completa verso il mondo dei servizi finanziari. E tutto in vent’anni, gli anni di Juncker alla guida del governo. Come ha fatto il “vecchio lupo” (nella foto qui sotto alle origini della sua lunga carriera politica) a trasformare così rapidamente il Dna di un paese?

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Già, come ha fatto? La risposta alla domanda è arrivata pochi giorni dopo la sua elezione alla guida della Commissione europea. Sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo esplode lo scandalo LuxLeaks. E grazie a un whistleblower, Antoine Deltour, dipendente della PricewaterhouseCoopers, si scopre che le multinazionali accorrono in Lussemburgo attratte da accordi segreti con il governo del Granducato. Gli accordi di “ottimizzazione fiscale” – rivelano i documenti diffusi in quei giorni – garantivano alle multinazionali una sorta di immunità dalle tasse: le società, cioè, non versavano le imposte nei paesi europei nei quali realizzavano i profitti. Gli utili venivano spostati in Lussemburgo, dove – grazie alle intese con il “Bureau 6” dell’agenzia fiscale – il Lussemburgo assicurava loro tassi di imposizione prossimi allo zero. Per carità, tutto secondo la legge. Ma per anni il Graducato ha consentito alle multinazionali di sottrarre ricchezze agli altri paesi della Ue assicurando lo sviluppo del Lussemburgo. Grazie a Juncker. E gli altri paesi – penalizzati da questa politica – cosa hanno fatto? Hanno eletto Juncker alla guida dell’Unione europea. Il “lupo nell’ovile”, appunto.
Ma lo scandalo rischiava di travolgere proprio lui, il garante della “grande coalizione” europea. Che fare allora, di fronte alle pressioni dei gruppi di opposizione dell’Europarlamento che premevano per l’istituzione di una commissione d’inchiesta? La soluzione, scrive Eva Joly, è saltata fuori immediatamente dal cilindro. Sì alla commissione, ma non d’inchiesta. I gruppi popolari e socialisti hanno preferito una più tranquilla commissione speciale, che non ha poteri di indagine coercitivi. Risultato: i suoi componenti hanno potuto fare ben poco per riuscire a risalire alle responsabilità politiche della dissennata “ottimizzazione fiscale” lussemburghese. Responsabilità, scrive Eva Joly nel suo libro, che avrebbero portato direttamente al presidente della Commissione europea. E così il Dr Jekill-Mr Hyde può continuare a guidare la Ue, specchio di un’Europa che ha perso l’anima e ha smarrito la strada dei suoi padri fondatori.

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angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com