Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
Signage is displayed outside the Google Inc. headquarters in Mountain View, California, U.S., on Wednesday, Oct. 13, 2010. Google, owner of the world's most popular search engine, said third-quarter profit increased as businesses spent more on advertising for online consumers. Photographer: Tony Avelar/Bloomberg via Getty Images

Google, dal “cocktail irlandese” alla “zuppa del Delaware” per pagare meno tasse

Dal “Double Irish Dutch sandwich” alla “Delaware Alphabet soup”? Quando si tratta di non pagare le imposte le multinazionali le pensano davvero tutte. Un anno fa, esattamente il 10 agosto 2015, Google ha annunciato un piano di ristrutturazione con la creazione di una holding, chiamata Alphabet, che avrebbe controllato tutte le società della galassia di Mountain View. Detto fatto. Alphabet è nata e oggi controlla effettivamente Google. Ma dov’è il domicilio fiscale di Alphabet? Nella contea di Santa Clara, in California, sede del quartier generale del motore di ricerca? No. È esattamente a 4.600 chilometri di distanza, per la precisione in Delaware, uno dei più noti paradisi fiscali degli Stati Uniti.
Per la verità, da anni Google era domiciliata a Wilmington, la città più popolosa del piccolo stato della East coast, proprio per usufruire dei benefici fiscali e dunque la scelta di incorporare la sua holding nello stesso luogo non deve stupire. Ma questa decisione potrebbe aiutare la multinazionale a evitare di pagare altri milioni di dollari di tasse.
Il perché lo spiegano in un recente studio Bret N. Bogenschneider della Vienna University of Economics & Business e Ruth Heilmeier del Tax law institute dell’Università di Colonia.
Alphabet, sostengono i due studiosi, permetterà a Google di sfruttare il cosiddetto “Delaware loophole”, una scappatoia del tutto legale che consente alle società domiciliate nel Delaware di pagare meno imposte.

Il Delaware loophole

Le normativa fiscale del piccolo stato stabilisce infatti che le “Delaware holding company” non versano nessuna imposta per gli utili realizzati grazie alle royalties che incassano dagli accordi di licenza della proprietà intellettuale, come marchi e brevetti. Naturalmente occorre che le holding non abbiano altro interesse all’interno del Delaware se non quello di gestire le royalties.
Alphabet, così, incasserà li diritti di sfruttamento di marchi e brevetti da tutte le società controllate e su questi utili non verserà nemmeno un cent di imposte. Nello stesso tempo le società controllate da Alphabet sparse nei vari stati degli Usa potranno dedurre i costi delle royalties che versano alla loro casa madre.
Gli stati che adottano il sistema del “combined reporting” (che richiede alle multinazionali di indicare insieme i profitti di tutte le filiali, indipendentemente dalla loro localizzazione, in un unico report) non avranno problemi: incasseranno ugualmente le loro imposte. Gli stati, invece, che adottano il sistema del “separate accounting” (che permette alle multinazionali di indicare separatamente i profitti delle loro filiali) subiranno i contraccolpi del “Delaware loophole”. Secondo l’Institute on taxation and economic policy, la scappatoia fiscale è costata negli ultimi dieci anni 9,5 miliardi di dollari di mancati introiti agli stati degli Usa.

I sospetti di elusione fiscale

google

Google è nell’occhio del ciclone in alcuni paesi europei per aver utilizzato (come Apple e molte altre multinazionali) un meccanismo di elusione fiscale chiamato “Double Irish with a Dutch sandwich”, una complessa triangolazione che ha consentito alla multinazionale di accumulare alla fine del 2015 oltre 58 miliardi di dollari custoditi nei paradisi fiscali dei Caraibi sui quali non paga nessuna imposta negli Stati Uniti, almeno finché quel tesoro resterà conservato all’estero.
Come funziona il “Double Irish with a Dutch sandwich”?
Google Ireland Limited, che ha la sede in un edificio nel centro di Dublino, vende pubblicità sul motore di ricerca al di fuori degli Stati Uniti e realizza oltre l’80% del fatturato estero della multinazionale americana. L’allocazione degli incassi in Irlanda aiuta Google a evitare il pagamento delle imposte negli Stati Uniti e a ridurre drasticamente quelle che dovrebbe versare in alcuni paesi europei con una imposizione fiscale elevata.
I profitti non restano nella filiale irlandese perché quest’ultima li versa a un’altra filiale di Dublino, la Google Ireland Holdings, sotto forma di royalties sulla proprietà intellettuale. Google Ireland Holdings è gestita nelle Bermuda, paradiso fiscale dei Caraibi.
Dunque, la prima filiale irlandese paga le royalties alla seconda generando delle spese che riducono la sua base imponibile fiscale consentendole di pagare meno imposte in Irlanda. La seconda società dirotta gli utili nelle Bermuda dove non paga imposte. Il gioco è fatto e nelle casse della società delle Bermuda si accumulano 58,3 miliardi di dollari esentasse.

La “deviazione” olandese

Non è così semplice, però. Per evitare il pagamento della ritenuta d’acconto irlandese, gli utili non passano direttamente dalla prima alla seconda filiale irlandese. No. Compiono una piccola deviazione in Olanda, verso la Google Netherlands Holdings, che poi li gira alla seconda società di Dublino. Perché questo slalom così complicato? Perché la normativa fiscale irlandese prevede che se una società versa alcune royalties a società di altri paesi dell’Unione europea non paghi le imposte. E così la compagnia olandese – che non ha nessuna funzione se non quella di permettere questa ulteriore riduzione delle tasse – versa il 99,8% delle royalties ricevute alla Google Ireland Holdings che le gira nelle Bermuda.
Ma questo stratagemma non è piaciuto alle autorità fiscali di alcuni paesi europei, che vedono fuggire verso le Bermuda una ingente quantità di introiti fiscali. In Italia la multinazionale del web è accusata di aver nascosto al Fisco 227 milioni di euro imposte e sta trattando il pagamento di una sanzione. In Francia – dove la sede parigina è stata perquisita lo scorso 24 maggio – Google viene accusata di aver nascosto 1,6 miliardi di euro di introiti. E in Gran Bretagna ha pagato recentemente 130 milioni di sterline per chiudere il contenzioso fiscale.
Se il “Double Irish with a Dutch sandwich” comincia a dare qualche problema, la “Delaware Alphabet soup” potrebbe essere il piatto giusto nel menù di Google.

L’URLO e’ anche su Facebook (clicca qui), su Google+ (clicca qui) e su Flipboard (clicca qui)

angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com

  • Angelo Mincuzzi |

    Ha ragione, Enrico. Paradossalmente il problema non sono le varie Apple o Google ma l’inesistenza di una politica fiscale all’interno della Ue. Viene tollerata la presenza di paradisi fiscali che danneggiano gli altri paesi come l’Italia. L’ennesimo segnale del fallimento di questa Unione europea.

  • Enrico |

    Il problema non mi sembra essere in Google o Apple che ovviamente ricercano la massimizzaione dei profitti visto che non sono enti benefici; il punto sono quei paesi che consentono questi comprtamenti e nella Ue ce ne sono due, Irlanda e Lussembrugo. Basterebbe fare la media della tassazione europea, confrontarla con i vantaggi dati da questi paesi e quindi scaricare il differenziale sul loro debito pubblico. Sono consapevole della forzatura che propongo ma se siamo un’unione e ognuno punta al solo suo interesse senza alcuna responsabilità è la fine della Ue.

  • lucy5 |

    Se gli stati la smettessero di rapinare le aziende con imposte stellari e accettassero di buon grado la concorrenza fiscale tutto questo non sarebbe più necessario e l’evasione si ridurrebbe a livelli fisiologici. Invece no, gli stati con gli inferni fiscali non vogliono smettere di spennare le imprese e gli imprenditori e fanno i gangsters estorsori dal fisco rapace

  Post Precedente
Post Successivo