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Suite aux revelations sur le systeme d optimisation fiscale a grande echelle, Antoine Deltour le lanceur d alerte des Luxleaks est poursuivi.
Ici dans une brasserie de Nancy.//JDD_104805/Credit:JEROME MARS/JDD/SIPA/1604241056

LuxLeaks, la condanna di Deltour e il paradosso che premia chi non paga le tasse

Come era nelle previsioni, Antoine Deltour e Raphael Halet, i due ex dipendenti della PricewaterhouseCoopers che hanno permesso di scoperchiare uno dei più grandi scandali europei, l’affaire LuxLeaks, sono stati condannati dalla Corte penale del Lussemburgo. Deltour a un anno di carcere per violazione del segreto professionale e a un’ammenda di 1.500 euro, Halet a 9 mesi e a un’ammenda di mille euro. Per entrambi è scattata la condizionale, poiché questo era il loro primo reato, e dunque non andranno in prigione. Il giornalista francese Edouard Perrin della trasmissione Cash Investigation di France 2 è stato invece assolto.

Gli accordi che sottraggono risorse per i giovani, i malati, i disabili

VAI AL DATABASE degli accordi fiscali dell’affaire LuxLeaks

Qual è la colpa di Deltour e di Halet secondo i giudici del Lussemburgo? Quella di aver divulgato i documenti riservati della PricewaterhouseCoopers, una delle regine della consulenza globale, sugli accordi fiscali stretti da 340 multinazionali con il fisco lussemburghese. Accordi del tutto legali, è bene precisare. Ma è proprio questo il punto. Perché grazie a quei “tax ruling” (accordi fiscali) le multinazionali hanno potuto evitare o sono riuscite a ridurre al minimo il pagamento delle imposte, risparmiando centinaia di miliardi di euro. E a chi dovevano essere versate quelle cifre gigantesche? Quei soldi dovevano finire ai paesi nei quali le multinazionali realizzano gli utili e dovevano servire a costruire scuole, ospedali, assistere i disabili, gli ammalati e gli anziani, a costruire le infrastrutture necessarie a migliorare il tenore di vita dei cittadini. Anche di noi italiani, visto che quegli accordi sono stati firmati anche da banche e multinazionali del nostro paese.
I documenti riservati divulgati da Deltour e da Halet, dunque, riguardavano i sistemi di “ottimizzazione fiscale” (per pudore vengono definiti così) che per anni hanno blindato i soldi nelle casse delle multinazionali per evitare di versarli sotto forma di imposte agli stati europei. Tutto perfettamente legale, beninteso. Profondamente legale ma anche profondamente immorale.

Deltour e Halet condannati, Juncker al vertice della Ue

Deltour e Halet vengono accusati di aver rivelato tutto questo. Certamente hanno dovuto commettere un reato per divulgare quei documenti ma grazie alle loro rivelazioni e allo scandalo che ne è seguito quando le carte sottratte alla PwC sono finite sui giornali di tutto il mondo, l’opinione pubblica ha potuto esercitare le pressioni necessarie perché l’Unione europea e i paesi del G20 prendessero finalmente qualche iniziativa per limitare il ricorso ai sistemi di ottimizzazione fiscale profondamente immorali. Dunque la decisione dei due ex dipendenti della PwC qualche conseguenza politica l’ha avuta.
Nel frattempo, però, mentre Deltour e Halet venivano accusati dalla giustizia lussemburghese per aver informato l’opinione pubblica su cosa succedeva sotto i loro occhi, qualcosa di impensabile si verificava all’interno dell’Unione europea.
Cosa hanno pensato di fare, infatti, i leader dei paesi della Ue? Hanno deciso di mettere sotto accusa il Lussemburgo per aver avallato delle pratiche fiscali che hanno impoverito i paesi partner dell’Unione? O forse hanno deciso di riprenderseli, quei soldi, isolando il Lussemburgo sul piano diplomatico ed economico come forma di pressione?
Non è proprio così che è andata. Anzi, non è andata per nulla così.

Il grande paradosso

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L’Unione europea ha deciso di eleggere al vertice della Commissione Ue, cioé a capo del governo dell’Unione, proprio l’uomo che per decenni ha guidato il Lussemburgo trasformandolo in un paradiso fiscale, Jean Claud Juncker. Possibile? Sì, è proprio ciò che è accaduto. E, beffa nella beffa, Juncker si è insediato alla guida della Commissione europea pochi giorni prima dell’esplosione dello scandalo LuxLeaks, con la pubblicazione sui giornali di tutto il mondo aderenti al Consorzio internazionale giornalisti investigativi (per l’Italia il settimanale L’Espresso, gli articoli qui e qui) dei documenti che provavano gli artifici fiscali avallati per anni dal governo lussemburghese. L’esistenza di quegli accordi di “ottimizzazione fiscale” era però già nota da tempo perché rivelata dalla trasmissione di France 2 Cash Investigation proprio sulla base dei documenti copiati da Deltour.

Di fronte all’indignazione dell’opinione pubblica, nel Parlamento europeo viene costituita una commissione per indagare sull’affaire LuxLeaks. Ma non si tratta di una commissione d’inchiesta, bensì di una commissione speciale che non ha nessun potere d’imposizione. L’indagine viene depotenziata sul nascere. Di mezzo, infatti, c’è il Lussemburgo e c’è il suo ex primo ministro, Juncker.

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Ecco il paradosso del caso Deltour. Il whistleblower che ha agito nel nome degli interessi dei cittadini della Ue viene condannato a un anno di carcere. L’uomo che ha guidato il Lussemburgo negli anni in cui gli accordi di “ottimizzazione fiscale” venivano firmati è stato scelto alla guida dell’Unione europea. C’è una dissonanza stridente tra questi due fatti, ci sono due traiettorie che si separano nettamente. E forse una delle cause della crisi di identità dell’Unione europea è proprio questa.

Chi denuncia l’evasione fiscale va in carcere

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Il paradosso è che per l’ennesima volta il carcere viene comminato a chi denuncia l’evasione fiscale, non a chi evade il fisco. Era già successo alla fine dello scorso anno in Svizzera, quando l’ex dipendente della Hsbc, Hervé Falciani, era stato condannato a cinque anni di carcere per spionaggio economico. Falciani ha rivelato una gigantesca evasione fiscale ma a essere condannato è stato lui. Il caso di Antoine Deltour e di Raphael Halet segue un identico copione.

In difesa di Deltour (fotografato qui sopra accanto all’opera dell’artista Davide Dormino, “Anything to say?”) è nato un comitato di sostegno e numerose personalità – da Edward Snowden a Thomas Piketty, da Eva Joly a Julian Assange – hanno firmato appelli per l’ex dipendente della PwC. In sua difesa, come legale di fiducia, si è speso anche William Bourdon, avvocato di numerosi whistleblowers, come Assange, Snowden, Falciani, Stephanie Gibaud. Bourdon presenterà appello contro la condanna di Deltour e Halet, ma il verdetto del tribunale del Lussemburgo rende sempre più urgente una normativa europea in difesa dei whistleblowers. Perché chi denuncia non può essere lasciato solo.

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angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com