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Amazon e Netflix, utili milionari ma zero tasse negli Usa. E voi quanto pagate?

Se vi chiamate Amazon o Netflix potete incassare miliardi di dollari di utili ma riuscirete a non pagare le tasse federali negli Stati Uniti. Se invece il vostro nome è Smith o Rossi o Brambilla e siete un normale cittadino americano o italiano, avete un lavoro dipendente e magari acquistate libri online su Amazon e guardate un film su Netflix, sappiate che a voi toccherà pagare tutte le tasse, fino all’ultimo centesimo. Se siete una piccola o media azienda subirete la stessa sorte. Non avrete scampo.

Così va il mondo da alcuni decenni a questa parte e le notizie arrivate nei giorni scorsi dagli Stati Uniti confermano che il trend è destinato a continuare: le grandi multinazionali pagano sempre meno tasse. Tutto lecito, tutto legale, tutto perfettamente in regola ma è proprio questo il problema.

Nel 2018 Amazon ha quasi raddoppiato i profitti, saliti dai 5,6 miliardi di dollari del 2017 a 11,2 miliardi di dollari ma sapete quante imposte federali ha pagato negli Stati Uniti? Zero.

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Un caso isolato? Prendiamo Netflix, allora. Il popolare servizio di streaming video che spopola ormai in tutto il mondo ha registrato nel 2018 utili per 845 milioni di dollari. E quante imposte federali ha versato? Zero. Anzi, ha ottenuto un rimborso fiscale federale di 22 milioni di dollari.

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Anche Amazon ha dichiarato di aver ricevuto un rimborso dell’imposta sul reddito federale di 129 milioni di dollari. E sapete qual è stato il suo tasso di imposta federale? Meno 1%.

La denuncia arriva dall’Institute on taxation and economic politicy (Itep), un think thank progressista statunitense che monitora le politiche fiscali del governo di Washington. Secondo l’Itep, questo non è il primo anno che Amazon evita di versare imposte federali. Neanche l’anno scorso il gigante del retail oinline ha pagato un centesimo nonostante i 5,6 miliardi di utili registrati nel 2017.

Amazon paga tutte le tasse che deve pagare negli Stati Uniti e in tutti i paesi in cui opera, tra cui 2,6 miliardi di dollari di imposte societarie negli ultimi tre anni – ha affermato una portavoce di Amazon in una dichiarazione riportata dal Washington Post, il giornale che ha scritto un articolo sulla vicenda Amazon nonstante sia controllato proprio dal proprietario di Amazon, Jeff Bezos, l’uomo più ricco del mondo. Un segnale positivo per la libertà di stampa negli Stati Uniti (potete legge qui l’articolo).

“Dal 2011 abbiamo investito oltre 160 miliardi di dollari negli Stati Uniti, realizzando una rete di oltre 125 centri di evasione ordini e smistamento, hub aerei e stazioni di consegna, nonché infrastrutture di cloud computing e parchi eolici e solari”, ha sottolineato ancora la portavoce di Amazon.

Che Amazon paghi tutte le tasse che deve in tutti i paesi del mondo è fuor di dubbio. Dopo le controversie fiscali – per esempio in Italia dove ha dovuto versare circa 100 milioni di euro al Fisco del nostro paese – la multinazionale è molto attenta a questo aspetto. Ma il problema sono le leggi che consentono scappatoie legali per ridurre il carico fiscale.

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Quando il Congresso Usa nel 2017 ha promulgato il Tax Tuts and Jobs Act e ha sostanzialmente ridotto l’aliquota dell’imposta sulle società dal 35% al 21%, i sostenitori hanno affermato che il taglio dei tassi avrebbe incentivato una migliore “cittadinanza aziendale”. Ma la legge fiscale non è riuscita ad ampliare la base imponibile o a eliminare una serie di scappatoie fiscali che consentono alle società di evitare sistematicamente di pagare le imposte sul reddito federali e statali su quasi la metà dei loro profitti.

È troppo presto per sapere se i casi di Amazon e di Netflix siano i sintomi di un’ondata di elusione fiscale negli Stati Uniti: lo si potrà constatare solo quando la maggior parte delle multinazionali pubblicheranno i loro bilanci del 2018, il primo anno completo della nuova legge sulla tassazione societaria voluta da Trump.

Ma se dovesse accadere, ciò collocherebbe l’effettiva aliquota federale di Amazon e delle altre multinazionali al di sotto del tasso pagato dal 20 per cento più povero delle famiglie americane, che aveva un’aliquota federale effettiva dell’1,5 percento nel 2015, secondo il Tax Policy Center.

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Secondo i calcoli dell’Itep, dal 2009 al 2018, la società di Jeff Bezos ha guadagnato circa 26,5 miliardi di dollari di profitti e ha pagato circa 791 milioni di dollari in tasse federali, con un’aliquota fiscale federale effettiva del 3%. Ben al di sotto dell’aliquota fiscale statutaria del 35% in vigore per la maggior parte di quel periodo, così come ben inferiore al tasso del 21% introdotto l’anno scorso.

Come molte altre grandi aziende, Amazon riduce ogni anno la propria aliquota d’imposta effettiva utilizzando una serie di crediti, sconti e scappatoie. Per esempio la riduzione delle tasse per la retribuzione erogata sotto forma di stock option, che ha permesso alla società di tagliare circa 1 miliardo di dollari dalla sua bolletta fiscale del 2018, ha scritto Mathiew Gardner dell’Itep.

Le precedenti analisi dell’Itep hanno dimostrato che tra il 2008 e il 2015, le società della classifica Fortune 500 hanno pagato un’aliquota fiscale federale media effettiva del 21,2%. Un centinaio di società avevano pagato zero o una tassa negativa in almeno un anno fiscale e 58 di loro avevano più anni di imposta zero pur avendo registrato utili.

Amazon ha recentemente annullato i piani per costruire una sede a New York dopo l’accanita opposizione di attivisti locali, sindacati e politici contro i 3 miliardi di dollari di incentivi statali e locali promessi alla società per convincerla a scegliere la città.

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Twitter: @Angelo_Mincuzzi

angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com

  • cristian c. |

    Su 100 euro che guadagnavo in Italia ne arrivavo a pagare 60 tra tasse, anticipi e ritenute. Adesso che lavoro a Bruxelles pago una cifra analoga in tasse ma la differenza sta nei servizi che ti ritornano cosa che in Italia ormai sono una specie in estinzione.

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