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Paradisi fiscali, tremano anche Jersey e l’Isola di Man. Insorgono Cayman, Bermuda e Bvi

E adesso tremano anche Jersey, Guernsey e l’Isola di Man mentre le isole Cayman, le Bermuda e le Isole vergini britanniche minacciano fuoco e fiamme contro la Gran Bretagna. I paradisi fiscali che ruotano intorno alla City di Londra sono sul piede di guerra.

Le tre Dipendenze della Corona britannica sono nel mirino dei parlamentari di Londra che il 1° maggio hanno ottenuto un’importante vittoria nella lotta ai paradisi fiscali. Il governo di Theresa May si è infatti impegnato a non opporsi a un emendamento alla nuova legge sul riciclaggio di denaro sporco che impone ai 14 Territori britannici d’oltremare di istituire entro il 2020 registri pubblici che indichino gli effettivi proprietari delle centinaia di migliaia di società offshore domiciliate in quei paradisi fiscali. Un duro colpo – anche se solo parziale – alla segretezza che ha fatto la fortuna dei piccoli paesi caraibici sotto l’influenza del Regno Unito.

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Ma la misura della nuova legge non si applicherà alle Isole del Canale e all’Isola di Man, paradisi fiscali tra i più efficienti. Jersey, Guernsey e Man sono infatti delle Dipendenze della Corona britannica. Appartengono cioè direttamente alla regina Elisabetta II nonostante abbiano propri parlamenti, dei governi autonomi e delle autorità finanziarie indipendenti.
Ma ora, sulla scia della vittoria ottenuta il 1° maggio (il governo è stato costretto a non ostacolare l’emendamento bipartisan perché altrimenti sarebbe finito in minoranza), i parlamentari vogliono trovare un modo per forzare le Dipendenze della Corona a introdurre registri pubblici dei beneficial owners.

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Il parlamentare conservatore Andrew Mitchell e la laburista Margaret Hodge – che hanno presentato l’emendamento vittorioso – premono perché il governo di Londra estenda la misura anche alle Dipendenze della Corona. “Ci aspettiamo che il governo utilizzi i suoi buoni uffici per persuadere le Dipendenze della Corona a introdurre registri di proprietà pubblica – ha detto Mitchell -. Ma se non lo fanno, il Parlamento tornerà alla carica”.

Le pressioni dell’Isola di Man

Il primo ministro dell’Isola di Man, Howard Quayle, era a Londra martedì scorso per un’azione di lobby contro un emendamento del Partito laburista (diverso da quello approvato) che puntava a costringere anche le Dipendenze della Corona a rivelare i veri proprietari delle aziende. L’emendamento è stato però abbandonato. La pressione del premier di Man ha avuto successo.
Le Dipendenze della Corona eleggono i propri Parlamenti e gestiscono la propria legislazione nazionale. Dal punto di vista del governo sono entità autonome da Londra. Ma c’è un precedente, un caso che ha dimostrato come il Regno Unito – quando vuole – possa imporre la sua volontà: alcuni anni fa il Parlamento di Londra ha infatti esteso il Marine Broadcasting Act del 1967 all’Isola di Man per fermare Radio Caroline, la prima emittente radiofonica britannica pirata, fondata nel 1964 da Ronan O’Rahilly per aggirare il monopolio statale del settore, che era in mano alla Bbc. La radio trasmetteva da una “nave pirata” in mare aperto.

Le Cayman minacciano azioni legali

Le Isole Cayman, intanto, lanciano l’offensiva contro l’emendamento alla legge anti-riciclaggio britannica e valutano l’avvio di un’azione legale. Secondo il premier Alden McLaughlin, “l’imposizione della legislazione, attraverso poteri che risalgono all’epoca coloniale, e che vanno al di là dei desideri degli organi legislativi democraticamente eletti dei Territori d’oltremare, rappresenta un grave affronto per le relazioni costituzionali con il Regno Unito”.

Non solo. “L’imposizione di un simile obbligo nei Territori d’oltremare – ha denunciato il premier delle Cayman – mentre esonera le Dipendenze della Corona, discrimina ingiustamente i Territori d’oltremare. Questo emendamento si basa esclusivamente sul pregiudizio e su un intenzionale fraintendimento del nostro attuale quadro normativo”.
McLaughlin ha poi ricordato che “dal 2013, quando i registri pubblici diventeranno uno standard globale, le Isole Cayman lo adotteranno. Le azioni della Camera dei comuni oggi cercano di imporre anche ai Territori d’oltremare il sistema imperfetto del Regno Unito, basato su registri pubblici non verificati”.

Le Bermuda protestano: “Ritorno al colonialismo”

Sulla stessa lunghezza d’onda anche la reazione del premier delle isole Bermuda, David Burt. “Questo tentativo di legiferare per le Bermuda da parte di Londra – ha detto – è un ritorno al colonialismo ed è un’azione che non ha senso nel 2018. Questa azione intrapresa nel Parlamento britannico segna un significativo passo indietro nelle relazioni tra il Regno Unito e i Territori d’oltremare”.

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È ironico, ha poi aggiunto, che “proprio nell’anno in cui celebriamo il 50° anniversario della nostra Costituzione”, le Bermuda si trovino di fronte a questo atto “deplorevole che non riconosce questa lunga storia di pieno autogoverno. Il popolo delle Bermuda può essere certo che adotteremo le misure necessarie per garantire il rispetto della nostra Costituzione”.

Le Isole vergini britanniche: “Decisione ripugnante”

Unendosi ai suoi omologhi delle Bermuda e delle Isole Cayman, il premier delle Isole Vergini Britanniche, Orlando Smith, ha espresso preoccupazione per la proposta di legge del Regno Unito.
“Respingo l’idea che il nostro governo democraticamente eletto debba essere sostituito dal Parlamento del Regno Unito – ha affermato Smith -, specialmente nell’area dei servizi finanziari. Tutto ciò è ripugnante per le disposizioni costituzionali che il Regno Unito ha emanato quando la nostra nuova Costituzione è stata approvata nel 2007”.

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“Il mio governo ha sempre affermato che i registri pubblici dovrebbero diventare lo standard globale – ha aggiunto il premier -, quindi le Isole vergini britanniche si adegueranno. In assenza di uno standard globale, una tale imposizione da parte del Regno Unito non è solo ingiusta e discriminatoria, ma riteniamo che si tradurrebbe in una perdita sostanziale di posti di lavoro, produzione ed entrate del governo nel territorio”.
Nelle Isole vergini britanniche era domiciliata gran parte delle società coinvolte nei Panama Papers. Nelle Bvi sono registrate 413mila società e più di mille trust.

La vittoria di Open Ownership

L’emendamento che spiana la strada ai registri dei beneficial owners nei 14 territori britannici d’oltremare è la una vittoria per organizzazioni come Global Witness, Tax Justice Network, Transparency International ma soprattutto per una giovane iniziativa che ha come obiettivo quello di creare un registro mondiale dei beneficiari effettivi delle società.

Open Ownership è stato creato alla fine del 2016 da sette organizzazioni anti-corruzione: Transparency International, Global Witness, One, Web Foundation, Open Contracting Partnership, B Team e OpenCorporates, ed è stato finanziato inizialmente dal Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del Regno Unito.
Attualmente attraverso il sito di Open Ownership possono essere consultate 4,6 milioni di società di diversi paesi per capire chi sono i reali beneficiari. I paesi che hanno istituito un registro sono finora la Gran Bretagna, la Norvegia e l’Olanda ma altri 11 Stati (tra i quali l’Italia) si sono impegnati, durante il Summit anticorruzione di Londra nel maggio 2016, a realizzarne uno.

“Ma affinché l’apertura diventi davvero utile – ha spiegato Zosia Sztykowski, coordinatrice del progetto Open Ownership al quotidiano britannico Guardian – i dati devono essere raggruppati in modo che gli investigatori (polizia, giornalisti, squadre anti-frode) possano letteralmente seguire i soldi oltre confine. Se un individuo ha nascosto la proprietà di un bene dietro una catena di società, ciascuna registrata in un altro paese, allora gli investigatori devono chiedere la cooperazione di controparti di tutto il mondo solo per scoprire chi possiede qualcosa. Spesso questo richiede così tanto tempo che il criminale è scappato prima che l’attività possa essere completata; altre volte, l’informazione non può essere ottenuta affatto”.

“La nostra intenzione non è solo quella di aprire i dati, renderli accessibili, ma anche di renderli utilizzabili e utilizzabili”, ha proseguito Sztykowski. Il suo team ha creato un formato standardizzato per i registri in modo che quando i singoli paesi pubblicano i dati siano coerenti tra loro e possano essere confrontati automaticamente con le informazioni che sono già pubbliche.

“Sono sempre riluttante a parlare di una bacchetta magica per problemi enormi come la cleptocrazia e la corruzione, ma sappiamo che le società di comodo sono utilizzate in massa in casi di corruzione – ha ricordato al Guardian Nienke Palstra, ricercatrice di Global Witness – . Senza dubbio, man mano che i diversi paesi diventeranno più trasparenti, ci saranno nuovi modi che i cleptocrati e gli altri troveranno per riciclare i loro soldi, ma avere un registro globale dei beneficial owners sarebbe un notevole miglioramento e un grande passo avanti verso la risoluzione del problema delle società di comodo e del riciclaggio di denaro sporco”.

“Vogliamo vedere un mondo in cui la proprietà anonima della società non esiste più, dove è del tutto normale che chiunque sia in grado di accedere alle informazioni sulla proprietà, che queste informazioni siano a disposizione di potenziali partner commerciali, banche, agenzie di procurement e così via, e le entità che non rivelano i loro beneficiari effettivi siano soggette a un controllo intenso e sia negato loro l’accesso alla finanza, agli appalti pubblici e ad altre opportunità commerciali”, ha concluso Sztykowski.
Adesso, un passo avanti in questa direzione è stato fatto.

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angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com

Twitter: @Angelo_Mincuzzi

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