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Viaggio a Jersey, il paradiso fiscale della City di Londra dove la Brexit è già realtà

Il volo da Gatwick a Saint Helier sembra la filiale in miniatura di una banca d’investimento. Due uomini in gessato analizzano i grafici stampati su alcune slide, un altro discute in maniche di camicia con il suo vicino guardando un computer. Solo una famigliola con un bambino frignante rompe l’armonia di quel quadro così singolare. Sedute nell’aereo ci sono le stesse facce che puoi vedere camminando per le vie della City londinese. Stessi abiti, stessi discorsi, identica finalità: fare affari. Se vuoi vedere come potrebbe essere la Gran Bretagna in versione Brexit devi cominciare da qui, dal cortile di casa della City di Londra.
Saint Helier è la capitale di Jersey, un isola incastonata nel Canale della Manica a due passi dalla Francia. Jersey è un paradiso fiscale, bancario e societario: un luogo dove si possono nascondere ricchezze e identità, anche se gli abitanti preferiscono definirlo pomposamente “centro finanziario offshore“. Jersey è anche una stazione di transito dei miliardi di euro, dollari e sterline che arrivano nella City e da qui vengono reinvestiti in tutto il mondo. Denaro pulito mescolato con soldi sporchi. Si potrebbe dire che quest’isola verde e tranquilla sia una lussuosa dépendance che consente alla City di fare affari più discretamente, lontano dai riflettori. Anche gli affari più illeciti, quelli di cui abbiamo parlato nel post sull’allarme lanciato da Roberto Saviano sulla corruzione della piazza finanziaria più importante del mondo insieme a Wall Street. Un allarme che non va sottovalutato, perché per seguire i flussi di denaro della criminalità organizzata bisogna conoscere i meccanismi che regolano il network dei paradisi fiscali attraverso il quali quei soldi vengono reinvestiti.

Qui la Brexit è già realtà

Un ultimo particolare: Jersey non fa parte dell’Unione europea. Non vi ha mai fatto parte ma in tutti questi anni ha prosperato ugualmente senza i vincoli di Bruxelles. Secondo il filofoso francese Bernard-Henri Lévy, la City di Londra potrebbe approfittare della Brexit diventando un grande paradiso fiscale (in realtà già lo è), trasformandosi in una gigantesca Jersey. Se dovessero vincere i “Leave”, la Brexit potrebbe paradossalmente rendere ancora più intenso il rapporto tra Londra e i paradisi fiscali che fanno già oggi parte della sua rete, come Jersey, Guernsey, l’isola di Man oppure le Cayman e le Isole vergini britanniche. Rendendo ancora più saldo quel network dove anche i soldi della criminalità organizzata hanno più facilità a riciclarsi.

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Quattro passi per Saint Helier

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Questa è la tana del lupo nel cuore dell’Europa, il laboratorio dove la Brexit è già realtà. Perciò una puntatina nel paradiso fiscale cortile di casa della City può essere un’esperienza altamente istruttiva.
Basta fare quattro passi per le stradine di Saint Helier per rendersi conto che Jersey è anche un luogo dove la modernità dell’industria finanziaria si mescola con i retaggi della storia. L’isola è una Dipendenza della corona, appartiene cioé direttamente alla regina Elisabetta II. Giuridicamente è un “baliato“, un complicato sistema di governo nato nel XII secolo, quando Jersey era un possedimento del duca di Normandia, prima di passare sotto il controllo della corona inglese con il Trattato di Parigi nel 1259. Quell’anno il re d’Inghilterra divenne il Luogotenente-governatore e Balivo delle Isole del Canale. Negli anni 70 durante i lunghi negoziati per l’adesione alla Comunità europea la Gran Bretagna cercò in tutti i modi di tenere fuori Jersey dal Trattato di Roma. E ci riuscì.

L’industria dei servizi finanziari della piccola isola della Manica, che in quel momento stava muovendo i primi passi, doveva essere libera di agire senza i vincoli europei. L’autonomia fiscale che consentiva agli inglesi più facoltosi di pagare meno tasse se prendevano la residenza nell’isola andava tutelata. Jersey oggi ha mano libera e da qui la City di Londra risucchia una gran quantità di soldi di ricchi individui di tutto il mondo nascosti dietro società scudo o trust.
Dalle case monofamiliari di Saint Helier e delle altre cittadine sparse nella campagna, alle tradizioni familiari, tutto qui ha il sapore dell’Inghilterra anche se l’isola si trova ad appena 20 chilometri dalla Francia e a 300 da Londra.

L’Eldorado del potenziale evasore fiscale

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Sulla Esplanade, la strada che costeggia la baia di Saint Aubin, nuvole nere rovesciano acqua gelata sui gessati inglesi dei banchieri di Saint Helier. Jersey è uno dei più efficienti paradisi fiscali per gli europei che vogliono nascondere i propri soldi al Fisco ed è il luogo giusto per farsi un’idea di quanto sia complessa la lotta all’evasione fiscale internazionale.
Tra le strade di Saint Helier un ipotetico evasore fiscale ha solo l’imbarazzo della scelta tra le 857 società di gestione di trust, i 33 gruppi bancari con le loro decine di agenzie, le centinaia di studi legali, broker, società finanziarie e di wealth management. E poi, le agenzie immobiliari e di gestione di yacht o di aerei, i consulenti, revisori, mediatori. Qui l’”industria dei servizi finanziari”, dà lavoro a un quarto della popolazione attiva e costituisce la metà del Pil dell’isola. Gli investigatori e i magistrati di mezzo mondo la chiamano più semplicemente “industria dell’evasione fiscale”.
Si voltano le spalle ai moderni edifici della Esplanade e si entra nell’”appendice della City”. Centinaia di targhette di ottone segnalano la presenza degli studi di consulenza finanziaria. Le filiali delle banche spuntano una dopo l’altra tra i negozi di abbigliamento dei brand più famosi, i pub e ristoranti. Si capisce immediatamente che qui di soldi ne circolano parecchi e che gli allevamenti di vacche e l’agricoltura non sono certamente l’origine di questa ricchezza. In passato Jersey ha dato il nome a una razza bovina molto diffusa in Inghilterra. Ancora oggi i vitelli Jersey si vedono sparsi qua e là nella campagna verde: sono animali un po’ più piccoli della norma, colorati dal bruno chiaro al beige. Ma non sono certo i proventi della vendita di carne a riempire i forzieri delle banche dell’isola.
Saint Helier sembra davvero un’appendice della City londinese e grazie ai suoi legami con il Regno Unito custodisce una fetta sostanziosa dei soldi nascosti nei paradisi offshore di tutto il mondo. Secondo Tax Justice Network, l’organizzazione che lotta contro la grande evasione fiscale, le ricchezze finanziarie celate nelle cosiddette giurisdizioni segrete si aggirano tra 21mila e 32mila miliardi di dollari, quasi due volte il Pil degli Stati Uniti. Un patrimonio sconfinato quasi completamente frutto di evasione fiscale. Una stima più prudenziale, realizzata da Gabriel Zucman, docente alla London School of economics e collaboratore dell’economista francese Thomas Piketty, sostiene che nei paradisi fiscali sarebbero custoditi 5.800 miliardi di dollari, il 30% dei quali in Svizzera. Ma a Jersey, come in qualunque altra giurisdizione segreta, la provenienza dei soldi non è un problema. Nessuno si chiede se i 187 miliardi di euro depositati nelle sue banche o i 310 miliardi di asset dei fondi d’investimento siano giunti nell’isola al netto o al lordo delle tasse del paese di provenienza.

Da Jersey al Tax Justice Network

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L’uomo che più di ogni altro conosce i segreti di Jersey è John Christensen (nella foto qui sopra), fondatore e direttore del Tax Justice Network. Christensen lavorava per l’industria sei servizi finanziari dell’isola. Poi, un giorno, ha capito a cosa serviva quel sistema che gli pagava lo stipendio. Ha compreso che il giro di soldi che si riversavano nelle banche dell’isola provenivano in gran parte dall’evasione fiscale internazionale e si è ribellato. Ha dovuto lasciare Jersey e oggi è il vero motore di un network internazionale che cerca di riportare un po’ più di giustizia fiscale nel mondo. Christensen ha descritto più volte il delicato rapporto esistente tra Jersey e la Gran Bretagna. Londra cerca di tenere formalmente le distanze dall’isola ma in realtà esercita un potere di dissuasione molto forte sulle autorità locali. E’ questa “distanza” che consente alla Gran Bretagna di poter dire alla comunità internazionale che Jersey è un’isola autonoma e che le sue politiche fiscali non vengono decise a Londra.

In realtà Jersey consente ai ricchi cittadini di Sua Maestà di trovare una valvola di sfogo utile per ridurre drasticamente il pagamento delle tasse. Le imprese e gli individui più facoltosi possono negoziare con le autorità di Jersey la loro aliquota fiscale e portare ogni anno nell’isola la quantità di soldi che consentono loro di versare esattamente la cifra che si sono impegnati a pagare al fisco locale. Un po’ come accade in Svizzera.

I trust dei Riva domiciliati a Saint Helier

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Jersey è lunga 18 chilometri e larga cinque, conta 100mila abitanti ed è l’ottavo paese al mondo per Pil pro capite, dunque è ricchissimo. La tassa sulle società è inesistente, lo stipendio medio di un impiegato è di 3.500 euro al mese e si calcola che nel complesso ci siano duemila miliardi di dollari gestiti o depositati nell’isola, pari a 20 milioni di euro per abitante. Soldi che, naturalmente, non appartengono agli abitanti dell’isola ma a individui stranieri.
Qui sono arrivati anche gli investigatori della Guardia di Finanza italiana, seguendo il filo rosso di quasi due miliardi di euro che – secondo la Procura di Milano – la famiglia Riva, proprietaria dell’Ilva di Taranto, avrebbe occultato in otto trust gestiti dalla Ubs Trustee di Jersey. L’austero edificio della Ubs, al numero 28 di New Street, in pieno centro di Saint Helier (nella foto qui sopra), sorge di fronte alla sede della Bank of India e accanto agli uffici di diverse società di gestione di trust. New Street è una strada tranquilla, ciò che occorre per garantire la massima discrezione. Nessuno direbbe che in questo edificio della Ubs sono nascosti segreti così importanti. Segreti e soldi, anche se il più delle volte il denaro resta depositato in Svizzera o in altri paradisi fiscali come le Isole Vergini Britanniche, le Cayman o Singapore. Jersey è un hub dal quale i patrimoni possono prendere infinite direzioni, dietro il paravento di società scudo con azioni al portatore, come accade a Panama. Ma i legami con la Ciry di Londra sono privilegiati.

Davanti a un boccale di birra in un pub di King Street discuto di paradisi fiscali con Frank, rubicondo consulente finanziario delle Isole vergini britanniche (Bvi). Gli chiedo cosa ci faccia a Jersey e lui risponde con poche parole: “Tra i centri finanziari offshore ci sono contatti continui. Jersey e le British Virgin Islands, poi, hanno rapporti strettissimi da tempo”. Già, i soldi hanno i loro circuiti preferenziali. Vagano da un paradiso all’altro, dal Canale della Manica ai Caraibi, anche se lo fanno solo formalmente, visto che i fondi restano fisicamente custoditi in Svizzera, a Londra, Monaco o Singapore. Frank sottolinea che uno dei segreti delle Isole vergini britanniche e di Jersey è la riservatezza. “Nelle nostre isole non vogliamo curiosi: niente giornalisti ed ex mogli”, ride il consulente finanziario. Strizza l’occhio e alza al cielo la sua birra. Cheers.

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angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com

  • maurizio moretti |

    Di più, le nostre banche fanno di tutto per fregarti, a partire dai fondi comuni che ti rifilano e a mille stratagemmi. Poi c’é il 26% di tasse sulle obbligazioni.

  • Angelo Mincuzzi |

    L’esistenza dei paradisi fiscali è un affronto per chi paga onestamente le tasse. Gli onesti devono pagarle due volte: per se stessi e per gli evasori fiscali. E dunque le tasse salgono. Il vero problema è che manca la volontà politica di aggredire il fenomeno. I paradisi fiscali fanno comodo.

  • Ermelinda |

    Certo che leggere tutto questo per noi comuni e onesti contribuenti é un affronto bello e buono ed ora come facciamo a metabolizzare tutto ciò?
    Alla faccia di tutte le prediche che sentiamo ogni giorno sulla evasione fiscale e sul dovere di pagare le tasse e le imposte in base alla nostra capacità contributiva. A questo punto secondo me é meglio la brexit così la GB potrà diventare ciò che desidera da sempre essere uno stato trader internazionale alla faccia della economia reale dove per guadagnare ti devi sporcare le mani, nel senso buono del termine, naturalmente.

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