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Sul G7 piomba il caso-Microsoft: zero imposte e 315 miliardi di utili in Irlanda

È possibile pagare zero tasse dopo aver realizzato profitti per quasi 315 miliardi di dollari? Sì, se vi chiamate Microsoft e avete una filiale in Irlanda – nel cuore dell’Unione europea – ma residente fiscalmente alle Bermuda. I paradossi delle leggi fiscali internazionali rendono tutto possibile per le multinazionali. Se invece possedete una piccola o una media azienda, le tasse (sempre troppo alte) dovrete pagarle tutte. Fino all’ultimo centesimo.

L’ultimo caso – quello di Microsoft – è stato raccontato dal quotidiano britannico The Guardian, ma gli esempi ormai si sprecano e hanno cessato, purtroppo, di fare notizia. Da decenni sui mercati si combatte una battaglia asimmetrica su regole completamente alterate, sebbene del tutto legali. Da una parte le multinazionali, che costruiscono i bilanci per pagare meno tasse possibili, dall’altra le piccole-medie imprese, che non possono competere di fronte a questa concorrenza sleale dalle dimensioni ormai scandalose.

Per risolvere in parte questo problema, oggi e domani (4 e 5 giugno) i ministri delle Finanze del G7 si riuniranno a Londra per concordare un’aliquota minima globale dell’imposta sulle società sulla base dei lavori dell’Ocse ma soprattutto della spinta dell’amministrazione Biden negli Usa. Il presidente americano aveva proposto un’aliquota minima del 21%, poi ridotta al 15%. Vedremo quale posizione prenderanno i ministri del G7 ma intanto sulla scena internazionale – e sullo stesso G7 – irrompe il caso-Microsoft.

Il caso-Microsoft

La Microsoft Round Island One, filiale irlandese del colosso fondato da Bill Gates, ha registrato nel 2020 profitti pari a quasi tre quarti dell’intero Prodotto interno lordo irlandese. Come ha fatto, se non ha alcun dipendente?

La società riscuote i canoni di licenza per l’uso di software Microsoft protetto da copyright in tutto il mondo e nell’anno fiscale terminato nel giugno 2020, ha registrato profitti per 314,7 miliardi di dollari. Il Pil irlandese è di 437 miliardi di dollari. È stato un utile eccezionale (i profitti sono dovuti alla liquidazione di alcune filiali) visto che la società fattura circa 13 miliardi di dollari e che gli utili del 2019 erano stati di 9,9 miliardi di dollari.

Nel bilancio della Microsoft Round Island One si specifica che “poiché la società è fiscalmente residente alle Bermuda, nessuna imposta è addebitabile sul reddito”. E le Bermuda non applicano l’imposta sulle società, quindi la filiale di Microsoft non paga alcuna imposta sul suo utile, almeno finché questi soldi rimangono alle Bermuda.

Durante l’anno finanziario la società ha pagato un dividendo di 24,5 miliardi di dollari alla sua controllata diretta, la Mth Limited, domiciliata alle Bermuda, a sua volta controllata dalla Microsoft Corporation. Poi ha staccato un ulteriore dividendo speciale di 30,5 miliardi. In tutto fanno 55 miliardi di dollari.

Ma il caso-Microsoft è soltanto uno dei tanti. In questi giorni il think tank olandese Somo ha denunciato che il gruppo statunitense ViacomCbs ha evitato di versare almeno 4 miliardi di dollari di tasse negli ultimi vent’anni utilizzando società dei Paesi Bassi e delle solite Bermuda.

La pressione del Covid-19

Ma oggi le spese che i governi stanno affrontando per la pandemia da Covid-19 rendono non più sostenibile il fenomeno dell’elusione fiscale delle multinazionali. Ed ecco perché – soprattutto dopo la spinta di Joe Biden – i grandi della terra stanno negoziando per trovare una soluzione.

I negoziati, per la verità, sono in corso sin dall’indomani della crisi finanziaria del 2008 tra i 135 paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). L’obiettivo è trovare un accordo entro ottobre.

Le due direttrici

Ci sono due pilastri principali all’interno del negoziato.

Nell’ambito del primo pilastro, i paesi otterrebbero un nuovo diritto di tassazione su una quota dei profitti generati nella loro giurisdizione da una multinazionale con sede all’estero. Ciò significherebbe tassare la fonte delle entrate di un’azienda, come le vendite di scarpe o servizi digitali, indipendentemente dalla posizione fisica della società.

Nell’ambito del secondo pilastro, i paesi imporrebbero un’aliquota minima dell’imposta sulle società sui profitti esteri delle multinazionali con sede nella loro giurisdizione. L’aliquota minima si applicherebbe solo alle multinazionali con entrate superiori a una certa soglia, le cui specifiche saranno al centro dei colloqui. L’imposta sarebbe pagata al paese in cui ha sede la società madre della multinazionale.

Se questa imposta minima sarà del 21%, del 15% o una via di mezzo, non è ancora deciso.

L’amministrazione Biden ha proposto di applicare le regole del primo pilatro a circa 100 multinazionali. Un elenco ancora non c’è perché le soglie di applicazione saranno oggetto del negoziato ma gli esperti fiscali ritengono che circa la metà delle entità colpite sarebbero società statunitensi, tra cui circa otto aziende digitali.

Le multinazionali coinvolte

È probabile che i piani di Washington sostituiscano le proposte dell’Ocse presentate lo scorso anno, che includevano una soglia di entrate di 750 milioni di euro, con criteri per focalizzare l’attenzione ai “servizi digitali automatizzati” e alle “aziende rivolte ai consumatori”, con un margine di profitto di almeno il 10%. Questa soglia avrebbe coinvolto circa 2.300 multinazionali.

I piani per un’aliquota minima globale dell’imposta sulle società, nell’ambito del secondo pilastro, coinvolgerebbero invece fino a 8.000 multinazionali.

Lo scorso anno l’Ocse ha stimato che questa riforma fiscale globale potrebbe portare fino a 81 miliardi di dollari di entrate fiscali aggiuntive all’anno. Il primo pilastro porterebbe tra 5 e 12 miliardi di dollari, mentre il secondo pilastro raccoglierebbe tra 42 e 70 miliardi di dollari.

Ma i calcoli erano fatti su un’aliquota minima globale del 12,5% nell’ambito del secondo pilastro. Secondo il Tax Justice Network, invece, un’aliquota minima del 21% porterebbe a raccogliere 640 miliardi di dollari di tasse non pagate.

I timori di nuove diseguaglianze

La nuova tassazione globale, però, rischia di creare ancora una volta rilevanti squilibri tra paesi ricchi e paesi poveri. Lo sottolinea il direttore di Tax Justice Network, Alex Cobham, in un intervento sul Guardian.

“Negli anni ‘20 e ‘30, la Società delle Nazioni scelse una via per la tassazione delle attività transfrontaliere che è perdurata fino ai giorni nostri – scrive Cobham -. Ma da allora le stesse multinazionali sono esplose in numero e complessità e negli ultimi decenni l’abuso fiscale è diventato una parte centrale del loro approccio”.

In che modo? “Se una volta queste società erano la forma più efficiente per l’attività economica internazionale, ora molti dei loro vantaggi derivano dalla possibilità di pagare tasse inferiori rispetto ai concorrenti nazionali – aggiunge Cobham-. Ciò si ottiene sfruttando queste norme fiscali arcaiche per spostare i profitti dai luoghi in cui guadagnano i loro soldi verso giurisdizioni come i Paesi Bassi o le Isole Cayman, che offrono aliquote fiscali effettive pari o vicine allo zero”.

“All’inizio degli anni 90 solo il 5% dei profitti globali delle multinazionali statunitensi è stato spostato in tutto il mondo – aggiunge il direttore di Tjn -. Ma nei successivi 20 anni, questo fenomeno è esploso fino a raggiungere il 30% degli utili e ha continuato a salire, con una stima di 1,4 trilioni di dollari di profitti spostati dalle più grandi multinazionali”.

Si tratta di quasi il 2% del Pil mondiale del 2016, non lontano dal Pil totale dell’Africa sub-sahariana.

Vedremo se questa volta i grandi della Terra faranno sul serio.

LEGGI ANCHE – La follia dei paradisi fiscali. In Lussemburgo ogni dipendente fa utili per 8 milioni di euro, in Italia e Germania per 42mila euro

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angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com

 

  • habsb |

    egr. dr. Mincuzzi

    si impongono alcune considerazioni.

    Qual è il fondamento giuridico che permetterebbe a un insieme di nazioni (siano pure le più ricche e potenti) di legiferare altrove che sul proprio territorio, imponendo ad altre nazioni un tasso minimo di imposizione ?
    E se un giorno il G7 decidesse che tutto il pianeta deve parlare e scrivere inglese ?

    Il diritto internazionale ci dice che uno stato sovrano come l’Irlanda, o l’Ungheria, o le Bahamas, ha facoltà piena ed esclusiva di decidere come tassare imprese e cittadini

    Chiediamoci poi qual è l’interesse per i cittadini di alzare le imposte sulle società. Crollando gli utili post tasse, cadra anche l’incentivo ad investire, assumere o mantenere gli effettivi. Alzare le tasse sulle società significa quindi prendere soldi dalle tasche dei lavoratori per gonfiare quelle della casta politica, con i suoi viaggi aerei, cene di lusso, e retribuzioni astronomiche

    E infine una parola sull’ipocrisia indescrivibile del presidente Biden che ha construito tutta la sua carriera politica come rappresentante del Delaware, paradiso fiscale se ce n’è uno, che permette a milioni di individui di nascondere i loro utili.

    E’ proprio vero che non vi è limite al peggio.

  • Paolo |

    Non hanno venduto filiali, hanno liquidato delle controllate i cui assets sono passati alla controllata irlandese. Secondo alcuni quotidiani, essendo una riorganizzazione, etc. questo non-cash gain non sarebbe cmq sottoposto a tassazione.

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