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Washington Post reporters Carl Bernstein, second from left, and Bob Woodward, third from left, are flanked by actors Dustin Hoffman and Robert Redford as they attend the premiere of the motion picture "All the President's Men," in Washington, D.C., on April 5, 1976. The film is based on the two reporters' book documenting their investigation of the Watergate Scandal. (AP Photo)

Il giornalismo d’inchiesta produce utili? Una “case history” (Mediapart) dimostra di sì

Il giornalismo investigativo può essere una formula vincente per i giornali? In altre parole, esistono le condizioni perché un giornalismo d’inchiesta possa prosperare in un mercato editoriale asfittico senza dissanguare il bilancio di un giornale?
Lo scorso aprile un report dello Stigler Center della University of Chicago Booth School of Business, diretto da Luigi Zingales (editorialista del Sole 24 Ore), ha analizzato il caso di Mediapart, il giornale online francese fondato nel 2008 da alcuni ex giornalisti di Le Monde. Il report, dal titolo “Mediapart: un modello praticabile?” è scritto da Dov Alfon, giornalista del quotidiano israeliano Haaretz a Parigi, e spiega quali sono stati i passi che hanno portato Mediapart a raggiungere oltre 130mila abbonati e a fare utili in soli nove anni di vita. In pratica, qual è il business model alla base di questo successo editoriale.

Il modello economico condiziona la qualità del giornalismo

In un articolo pubblicato il 22 agosto su Mediapart, il presidente e fondatore del giornale online, Edwy Plenel, ha ricordato il report dello Stigler Center di Chicago sottolineando come «il modello economico ha delle conseguenze sulla qualità del giornalismo. Non soltanto sul valore dell’azienda che lo produce – ha proseguito Plenel – ma anche sul valore della stessa informazione».

Insomma, ha spiegato il presidente-fondatore di Mediapart, «per riprendere la distinzione classica tra “valore d’uso” (utilità di un prodotto) e “valore di scambio” (a quanto lo si acquista), se il valore di scambio dell’informazione è zero, il suo valore d’uso (cioé la sua utilità democratica per i lettori) finirà anch’esso per tendere a zero. Il risultato finale è la corruzione dell’informazione attraverso l’intrattenimento, il cui modello economico si fonda su un’audience allargata e sulla gratuità».

LEGGI IL POST Benvenuti nella redazione di Mediapart, dove i giornalisti non hanno paura del potere (e il giornale è in utile)

Al di là dei ragionamenti più teorici, quella di Plenel (nella foto qui sotto) è una difesa del modello di business della sua creatura: un giornale online che rifiuta la pubblicità, vive solo di abbonamenti e si basa su un giornalismo investigativo di qualità. Sono proprio questi aspetti, osserva Plenel, che hanno destato la curiosità del direttore dello Stigler Center, Luigi Zingales, il quale – parlando del case study – ha ricordato come lo studio si concentri su un aspetto molto importante, e cioé su «come il giornalismo investigativo può essere redditizio in un mondo digitale. Il giornalismo investigativo – ha aggiunto – svolge un ruolo cruciale nel funzionamento non solo della democrazia, ma anche del capitalismo stesso. La storia di Mediapart rappresenta un raggio di speranza non solo per la Francia, ma per l’intero mondo».

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Profittabilità più alta del New York Times

Due dati sintetizzano il traguardo raggiunto da Mediapart. Come scrive Asher Schechter in un post sul blog dello Stigler Center, «la profittabilità di Mediapart emerge anche quando viene comparata a concorrenti molto più antichi e più grandi: il risultato operativo di Mediapart è stato del 18% nel 2016 contro il 6,5% del New York Times. Ugualmente, mentre il margine netto del Times è stato dell’1,9% lo scorso anno, Mediapart ha registrato un margine netto del 16,6%».

Eppure – con un risultato netto di 1,8 milioni di euro su un fatturato di 11,3 nel 2016 – il costo medio annuale per giornalista è di 90mila euro, più alto di quello di altri giornali francesi. La spesa totale per le retribuzioni dei dipendenti di Mediapart è di 4 milioni di euro.

Il pensiero più diffuso, in un mondo dei media caratterizzato dall’erosione dei fatturati e degli introiti pubblicitari, è che il giornalismo investigativo sia finanziariamente impraticabile per le società editoriali. Fare le inchieste costa. Costa in termini di risorse giornalistiche da impiegare, in termini di spese da sostenere e anche in termini di pressioni politiche ed economiche da respingere quando gli articoli sono scomodi.

Eppure, come scrive James T. Hamilton, professore alla Stanford University, nel suo libro “Democracy’s Detectives – The economics of investigative journalism” (Harvard University Press), ogni singolo dollaro investito in un’inchiesta è in grado di generare centinaia di dollari in benefici sociali. Tutto questo fa del giornalismo investigativo un bene pubblico.

Il case study dello Stigler Center

Alla fine del 2006 quattro veterani del giornalismo francese, delusi dalla situazione dell’editoria nel loro paese, hanno un’idea. Si chiedono se anche in Francia si possa realizzare un modello di giornale basato sul giornalismo investigativo, sul tipo di quello esistente in paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Così – racconta il case study dello Stigler Center – all’inizio del 2007 decidono di creare un sito web di informazione indipendente, libero dai vincoli di quasivoglia sostenitore politico o finanziario e capace di realizzare il tipo di lavoro al quale essi aspirano. Edwy Plenel lancia l’idea di chiamare la nuova creatura Mediapart, un nome che riflette il ruolo del media nella democrazia partecipativa nell’era digitale ma che richiama anche la parola francese “à part”, cioé “differente”.

Plenel, all’epoca 55enne, era stato direttore di Le Monde fino al 2004. Francois Bonnet, altro compagno di avventura, ne era stato caporedattore, Laurent Mauduit editorialista mentre Gérard Desportes si era occupato di economia e politica. Tutti avevano lavorato per Le Monde. Digiuno di business, il gruppo si affida a una imprenditrice, Marie-Hélène Smiéjan, per elaborare il piano d’impresa e il modello economico della nuova società.

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Si decide dunque di creare un sito senza pubblicità ma con un abbonamento mensile. Si prevede di assumere almeno 24 giornalisti e dunque il business plan prevede un fatturato annuale di 3,5-4 milioni di euro per coprire costi e retribuzioni. Quanto far pagare allora gli abbonamenti? I quattro vorrebbero una quota di 5 euro al mese ma questo vorrebbe dire avere 80mila abbonati per raggiungere il break-even, obiettivo troppo ambizioso. A 15 euro al mese il punto di pareggio sarebbe sceso a 30mila abbonati ma il prezzo appariva troppo elevato. Si conviene per 9 euro al mese e un break-even di 50mila abbonati, con l’obiettivo di raggiungerne 10mila il primo anno.

I primi anni in affanno

Servono però fra i 3 e i 5 milioni di euro nei primi tre anni, prima di raggiungere il punto di pareggio, e per trovare i soldi Plenel e i suoi amici organizzano una serie di incontri con hedge fund, business angel e fondi di investimento. Ma nessuno di loro decide di aiutarli. Per almeno cinque ragioni: quella dei media è un’industria in perdita, non c’è futuro per un sito di informazione a pagamento perché su internet i contenuti sono gratis, la società è troppo piccola per meritare il loro interesse, il progetto è politicamente a rischio, i fondatori sono troppo focalizzati sul giornalismo indipendente piuttosto che sulla massimizzazione del profitto.

Peggio di così non poteva andare. La partenza è in salita, una salita molto ripida. Così i fondatori si rimboccano le maniche. Plenel e Smiéjan chiedono un prestito di 550mila euro ciascuno da investire nella società mentre gli altri tre compagni di avventura ottengono altri 225mila euro, per un totale di circa 1,3 milioni di euro.

Una società di information technology, la Ecofinance, investe altri 500mila euro e 500mila ce ne mette anche la Doxa, una investment company. I fondatori convincono anche gli amici personali e alla fine 46 di loro si riuniscono nella Société des Amis de Mediapart che apporta 500mila euro. Insomma, alla fine del 2007 i partner hanno raccolto un totale di 2,9 milioni di euro.
Mediapart nasce il 16 marzo 2008 con l’obiettivo di pubblicare almeno cinque nuovi articoli al giorno. Ma a settembre 2008 i fondatori si accorgono che c’è bisogno di almeno altri 2 milioni di euro per portare avanti la società, anche perché appare chiaro che l’obiettivo di 10mila abbonati il primo anno non sarà mai raggiunto. E così 34 nuovi amici di Mediapart apportano altri 400mila euro di capitale e una cifra analoga viene investita da Doxa.

Ma il sito continua ad aver bisogno di soldi e nel 2009 Plenel bussa alla porta dell’hedge fund Odyssée Venture che immette 1 milione di euro mentre la Società degli amici di Mediapart apporta altri 250mila euro e Doxa ulteriori 750mila euro. I dipendenti del sito racimolano altri 50mila euro.

La svolta arriva con gli scoop

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Dopo le prime difficiltà il 2010 è l’anno della svolta. Un cambiamento di rotta reso possibile dagli scoop che Mediapart comincia a pubblicare. Un’inchiesta uscita sul sito nel giugno di quell’anno svela alcune conversazioni registrate di nascosto tra Liliane Bettencourt, la donna più ricca di Francia, proprietaria de L’Oréal Cosmetics e finanziatrice di Nicolas Sarkozy, e il ministro del Budget, Eric Woerth. L’affaire Bettencourt fa decollare gli abbonamenti, che salgono da 15mila a 50mila.

Il salto successivo arriva due anni dopo, quando un’inchiesta del capo del pool investigativo, Fabrice Arfi, rivela che Jérome Cahuzac, ministro del Budget di Francois Holland possedeva un conto bancario non dichiarato in Svizzera. L’inchiesta porta altri 13mila abbonati al sito. Cahuzac si dimetterà e verrà condannato a tre anni.
Nell’autunno 2010, due anni dopo il lancio, il break even è raggiunto e nel 2011 la società chiude l’anno con il suo primo utile. A settembre del 2014 vengono raggiunti i 100mila abbonati e i giornalisti salgono a 45, più 30 impiegati amministrativi.
A marzo 2014 Odyssée Venture vende la sua quota del 22% al prezzo di 2,5 milioni di euro, il che porta il market value di Mediapart a 11,3 milioni di euro, più del doppio dell’investimento iniziale.

Gli interrogativi

Nel suo articolo del 22 agosto, Plenel fa notare come dei sette siti di informazione che nel 2009 hanno creato il nuovo Sindacato della stampa indipendente di informazione online, due sono scomparsi (Terra Eco e Bakchich) e due hanno perso l’indipendenza (Rue89 e Slate). Ne sopravvivono tre: Mediapart, @rret sur images e Indigo Publications. Si tratta di siti che hanno una caratteristica in comune: sono tutti a pagamento. Gli altri non lo erano.
Ma se i numeri danno ragione ai fondatori del giornale online francese, l’interrogativo che ci si pone – sottolinea Schechter alla conclusione del suo post – è se il business model di Mediapart sia sostenibile e possa essere replicato anche al di fuori della Francia.

E’ certamente vero, ma l’esperienza di Mediapart dimostra qualcosa di importante e cioè  l’esistenza di una domanda di giornalismo di qualità che non abbia nessuna forma di sudditanza nei confronti del potere.

In fondo non c’è niente di nuovo. Quarantacinque anni fa, Bob Woodward e Carl Bernstein (nella foto sopra il titolo insieme a Dustin Hoffman e Robert Redford), i due giornalisti del Washington Post che incastrarono Richard Nixon con le loro inchieste, lo avevano già capito.

angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com

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