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Saviano accusa la City: “Londra e’ una centrale di riciclaggio”. Ecco i numeri che danno ragione all’autore di Gomorra

Qual è il lato oscuro di Londra? Qualche giorno fa Roberto Saviano, intervenendo al Parlamento britannico, ha ricordato che il paese più corrotto del mondo non è il Messico né sono gli stati latinoamericani o africani ma l’Inghilterra, perché «il sistema economico inglese si alimenta di corruzione», una vera emergenza di cui il governo e i cittadini britannici non si rendono conto. Nel Regno Unito, ha ricordato l’autore di Gomorra, «vengono riciclati 57 miliardi di sterline», cioé 74 miliardi di euro. «Proventi illeciti che, dopo essere stati opportunamente ripuliti, vengono rimessi in circolo». Saviano ha bacchettato gli inglesi a casa loro. «Il Messico è il cuore, la Gran Bretagna è la testa», ha detto senza mezzi termini. E ha ricordato il caso della Hsbc, la più grande banca del Regno Unito, sanzionata dagli Stati Uniti con una multa di 1,9 miliardi di dollari per aver riciclato i soldi dei narcotrafficanti messicani. «Ma qui nessuno ne parla, non c’è stato dibattito perché non ci sono cadaveri per le strade».

Il riciclaggio è una conseguenza non solo del business della criminalità organizzata ma anche dell’evasione fiscale. Si tratta dei due lati di una stessa medaglia.

Durante il Summit anticorruzione che all’inizio di maggio ha riunito i rappresentanti di 40 paesi accolti dal premier britannico David Cameron, Trafalgar Square si è trasformata in un insolito set cinematografico. Una finta spiaggia di sabbia bianca, palme, comparse in occhiali da sole, abiti scuri in stile old english, cocktail, sedie a sdraio. E soldi, tanti soldi. Finti anche quelli, naturalmente. Ideata dalle organizzazioni non governative Oxfam, Action Aid e Christian Aid, la performance ha voluto lanciare un segnale ben chiaro ai leader dei paesi partecipanti al summit: è il momento di dire basta ai paradisi fiscali.

Spesso immaginiamo un paradiso fiscale come una lontana isola tropicale, sempre assolata, con grandi spiagge candide e un mare cristallino. In realtà il più grande paradiso fiscale del mondo non ha nessuno di questi ingredienti ma sorge a pochi passi da Trafalgar Square. È la City di Londra.

Il lato oscuro della City

Il “dark side” della capitale inglese è noto da anni ma uno degli effetti della pubblicazione dei Panama Papers è stato quello di riaccendere i riflettori su una parte di Londra che i turisti non conoscono. Ma è proprio così? Davvero Londra è una grande lavanderia di denaro illecito e un centro di evasione fiscale?

Per capirlo conviene farci guidare da due esperti della materia. Il primo è Nicolas Shaxson, un giornalista inglese che ha lavorato per l’Economist, il Financial Times, la Reuters e la Bbc. Shaxson collabora anche con il Tax Justice Network, una rete globale che si batte contro i paradisi fiscali. Nel 2011 ha scritto un libro diventato una pietra miliare per chi segue il fenomeno dell’evasione fiscale internazionale. Il libro si chiama “Le isole del tesoro” ed è stato pubblicato in Italia da Feltrinelli.

Il secondo personaggio è Richard Brooks, inglese anche lui e giornalista del magazine Private Eye. Brooks è uno che l’evasione fiscale la conosce bene, essendo stato ispettore delle tasse prima di fare il giornalista. Nel 2013 ha scritto il libro “The great tax robbery – How Britain became a tax haven for fat cats and big business“, pubblicato a Londra da Oneworld Publications, un ritratto senza sconti del sistema fiscale inglese. Quando li incontro nella sede della City University di Londra hanno appena terminato una lezione a giornalisti e attivisti di Ong specializzati nella corruzione e nella frode fiscale.

I privilegi della City of London Corporation

Shaxson ha più volte raccontato la stranezza della City of London Corporation, un organismo che sembra riemergere da un’epoca medievale e che ancora oggi amministra lo “square mile”, il miglio quadrato, un’area di 3,16 chilometri quadrati nella quale si concentra la gran parte dell’industria dei servizi finanziari londinese.

La Corporazione amministra e gestisce il “miglio quadrato” eleggendo il Lord sindaco della City di Londra, che si avvale di due sceriffi e di due camere elettive. Sul “miglio quadrato” il sindaco di Londra non ha poteri di giurisdizione. Questi privilegi la City li ha conquistati a partire proprio dal Medio Evo finanziando le guerre dei re britannici che, in cambio, non hanno mai osato intaccarne l’autonomia.

Nelle 2.400 aziende domiciliate nella City lavorano ogni giorno quasi 400mila persone, con una retribuzione mediana di oltre 54mila sterline all’anno, quasi il doppio della media della Gran Bretagna. I residenti veri però sono solo 9mila.

A Londra operano più banche straniere di qualsiasi altro centro finanziario. Nel 2008 – afferma Shaxson – alla City erano riconducibili oltre la metà di tutte le operazioni internazionali su azioni, quasi il 45% delle transazioni fuori borsa sui derivati, il 70% delle transazioni in eurobbligazioni, il 35% delle operazioni valutarie mondiali e il 55% di tutto le Ipo, le offerte pubbliche iniziali. Da questo punto di vista la City non ha concorrenti.

Il valore aggiunto generato dalle attività della City era di 48,7 miliardi di sterline nel 2013, destinati a salire a 67,5 miliardi entro il 2023. Secondo i calcoli della City of London Corporation, il “miglio quadrato” ha generato entrate fiscali per 13,4 miliardi di sterline sempre nel 2013.

Il sistema fiscale dei residenti non domiciliati

A garantire l’espansione della City è stata certamente una regolamentazione molto blanda ma anche un sistema fiscale che ha favorito i grandi capitali e i magnati e tycoon stranieri, come sostiene Richard Brooks che nel suo libro scrive provocatoriamente: «Benvenuti nella città degli evasori fiscali».

Il concetto di domicilio fu inventato per consentire di identificare i coloni che vivevano nelle diverse regioni dell’impero britannico. La sede naturale dei coloni era l’Inghilterra, un indiano invece restava domiciliato in India anche se viveva a Londra. Nel 1914 fu introdotta la norma che consentiva alle persone residenti ma non domiciliate in Inghilterra di non pagare le imposte sui redditi percepiti a livello mondiale e di essere tassate solo sui redditi guadagnati in Gran Bretagna. Così oggi il proprietario di fondo d’investimento o di un hedge fund non domiciliato può fare in modo che il suo reddito venga registrato contabilmente al di fuori della Gran Bretagna e non versare neppure una sterlina di tasse. Ecco perché Londra è diventata il rifugio (fiscale) di uomini d’affari, banchieri, finanzieri e milionari di mezzo mondo, tutti a caccia dello status di “residente non domiciliato”. Un privilegio che i comuni cittadini britannici non hanno.

Al centro della rete

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Un altro dato può illuminare meglio il “lato oscuro” della City. Quasi 400 società quotate alla Borsa di Londra, con una capitalizzazione complessiva di 225 miliardi di sterline, sono domiciliate in paradisi fiscali legati alla Gran Bretagna: di queste, 129 sono nell’isola di Guernsey e 42 nelle Isole vergini britanniche. Perché Londra è un grande hub delle giurisdizioni offshore, al centro di una ragnatela di paradisi fiscali composta da tre Dipendenze della Corona (Jersey, Guernsey e l’Isola di Man) e da 14 Territori d’oltremare, sei dei quali sono riconosciuti paradisi fiscali (Anguilla, Bermuda, Isole vergini britanniche, Cayman, Gibilterra e le isole Turks e Caicos). Un network formidabile, che assicura alla City di Londra massicci afflussi di capitali che alimentano l’espansione dell’industria finanziaria londinese.

I flussi finanziari che legano gli avamposti offshore con il cuore pulsante della City sono stati analizzati in uno studio commissionato nel 2009 dal Cancelliere dello Scacchiere britannico (“Final report of the independent Review of British offshore financial centres“). Alla fine di giugno del 2009 – sono le conclusioni del report – i soldi prestati dalle banche britanniche alle entità bancarie e finanziarie domiciliate nelle nove giurisdizioni offshore erano pari a 413,8 miliardi di dollari mentre i flussi che dai centri offshore sono confluiti verso la City sono stati pari a 670,8 miliardi di dollari. Dunque l’afflusso netto di capitali dalla rete periferica dei paradisi fiscali della Gran Bretagna verso la sua capitale è ammontato a 257 miliardi di dollari. La City “pompa” soldi dalla periferia dell’impero e li investe nel “miglio quadrato”. Non ci sono elementi per affermare che dal 2009 le cose siano cambiate. Anzi. Ma quanti di quei soldi siano puliti e quanti sporchi è davvero difficile calcolarlo, anche se le stesse autorità britanniche parlano di centinaia di miliardi di dollari riciclati.

La City lava più bianco

Un rapporto della National crime agency (Nca) britannica del giugno 2015 lanciava un allarme concreto sul riciclaggio di soldi attraverso il sistema finanziario londinese. «Valutiamo che centinaia di miliardi di dollari di soldi sporchi continuino quasi certamente a essere riciclati ogni anno attraverso le banche del Regno Unito, incluse le loro filiali», scrivevano gli autori del report. La dimensione del riciclaggio quantificata dall’agenzia britannica è dunque di centinaia di miliardi di dollari. Secondo la Nca il lavaggio di denaro sporco avviene con la complicità di avvocati, revisori, banchieri di investimento e attraverso la costituzione di società scudo, trust e altri strumenti in grado di garantire l’anonimato dei reali proprietari dei fondi.

Sempre la Nca nel suo report annuale sulle segnalazioni sospette di operazioni bancarie e finanziarie ha aggiunto altri elementi in questa direzione, evidenziando un aumento del 7,8% delle segnalazioni nel 2015, salite a quota 381mila. Quelle provenienti dalle banche sono cresciute del 9,4% (in totale sono state 318mila, l’83% del totale) ma aumentano anche quelle provenienti dalle banche specializzate nei mutui ipotecari (+23%) e dagli agenti immobiliari (+98%).

Il buco nero del mercato immobiliare

La piscina sospesa di vetro che sarà realizzata tra due palazzi di Nine Elms a Londra

È proprio l’immobiliare il settore nel quale l’industria dell’offshore viene maggiormente utilizzata per riciclare denaro frutto di attività illecite. Negli ultimi dieci anni al centro delle indagini della polizia inglese sono finite oltre 120 proprietà per un valore totale di 180 milioni di sterline. Il 75,5% degli immobili sotto indagine sono controllati da società domiciliate in paradisi fiscali.

Qualche giorno fa il giornale britannico The Guardian ha pubblicato un’inchiesta sulle proprietà immobiliari londinesi. Le conclusioni confermano il ruolo dei paradisi fiscali nell’effervescente mercato della capitale britannica. Circa 40mila proprietà a Londra – hanno scoperto i giornalisti del Guardian – sono controllate da società offshore, con un aumento del 9% negli ultimi 10 mesi. La maggiore concentrazione di immobili e appartamenti controllati da società scudo è nella City, e non poteva essere altrimenti.

I dati del Land Registry britannico dicono che nel 2014 delle 90.344 proprietà controllate da società straniere nel Regno Unito, 22.849 erano possedute da società domiciliate nelle Isole vergini britanniche, 20.900 registrate nell’isola di Jersey, 11.906 a Guernsey (altra isola del Canale), 11.139 nell’isola di Man e 23.233 in altri paradisi fiscali, tra i quali Panama. Solo 9.328 proprietà non erano controllate da società domiciliate nelle giurisdizioni segrete.

Una radiografia più approfondita del fenomeno è stata realizzata nel 2015 dall’organizzazione non governativa Transparency International Uk. In un rapporto dal titolo emblematico “Corruption on your doorstep“, che si potrebbe tradurre in “Corruzione sulla porta di casa”, la Ong è giunta a conclusioni analoghe a quelle del Guardian, andando a fondo del fenomeno.

Basandosi sempre sui dati del Land Register, Transparency ha calcolato che a Londra ci sono 40.725 proprietà (residenziali e commerciali) registrate da società domiciliate all’estero. Il 33,9% di queste sono domiciliate nelle Isole vergini britanniche, il 14% a Jersey, 8,5 nell’Isola di Man, l’8% a Guernsey, il 3,4% a Panama e il restante 2,5% in paesi non indicati.

Il settore immobiliare è ovunque il mercato privilegiato per riciclare soldi provenienti da attività illecite. Secondo la Kpmg la Gran Bretagna attrae il volume maggiore di investimenti esteri tra tutti i mercati del real estate europei: circa 24 miliardi di sterline nel primo semestre del 2014 rispetto ai 16,2 miliardi di sterline della Germania. A Londra circa 90% delle nuove costruzioni destinate al mercato di lusso sono state acquistate da stranieri, in primo luogo da russi o da investitori dell’Est Europa, seguiti da investitori del Medio Oriente e del Nord Africa.

L’appeal delle Isole vergini britanniche

Le Isole vergini britanniche sono una meta dei "turisti fiscali"

Perché i ricchi proprietari di lussuosi appartamenti nei quartieri più esclusivi di Londra tendono a schermarsi dietro società scudo domiciliate a Tortola, la città più grande delle Isole vergini britanniche? I ricercatori di Transparency International Uk non hanno dubbi. Con più di 450mila società attive e oltre mille trust, le isole sono uno dei maggiori centri finanziari offshore di tutto il mondo. Nel solo 2011 le società registrate nelle Isole vergini britanniche (Bvi) hanno rilevato in Gran Bretagna proprietà per un valore di 3,8 miliardi di sterline. L’appeal delle Bvi è dovuto al fatto che le proprietà controllate attraverso società domiciliate nella giurisdizione godono di una esenzione dalle imposte sui capital gain, dalla tassa di successione e dalle tasse sui bolli. Una società offshore può essere creata in meno di 48 ore da ogni luogo del mondo con circa mille dollari e in alcuni casi non è richiesto nemmeno un documento di identità.

Ma è la segretezza il valore aggiunto più ricercato dai riciclatori. La legislazione delle Bvi garantisce alle società offshore la più completa confidenzialità riguardo all’identità dei beneficiari reali, degli amministratori e degli azionisti. Le isole, inoltre, non posseggono un registro generale delle società domiciliate. Risalire ai proprietari di una società che possiede un grattacielo a Londra è dunque quasi impossibile.

Ecco perché il lato oscuro di Londra evocato da Saviano non deve essere sottovalutato. Londra è con Wall Street il più grande centro finanziario mondiale ma anche un grande paradiso per la criminalità organizzata e gli evasori fiscali. E, Brexit o non Brexit, è destinato a rimanerlo.

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angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com

  • Angelo Mincuzzi |

    Mi permetta di dissentire con le sue considerazioni. Non credo che tutti i paesi con pressione fiscalesuperiore al 20% vedano una commistione tra mafia e politica. Penso, ad esempio, ai paesi del Nord Europa. Nel caso della Gran Bretagna il livello di tassazione delle imprese è basso ma Londra resta la capitale del riciclaggio ed è al centro di una rete di paradisi fiscali che non ha simili nel mondo.

  • Marco Rossi |

    Il vero crimine è lasciare le tassazioni fiscali a livelli insostenibili per le aziende. Non i paradisi fiscali. Questo alimenta l’evasione e nasconde le mafie insieme agli imprenditori. E tutti i paesi con pressione fiscale oltre al 20% indicano una evidente commistione fra politica e Mafia. Se tutti i paesi avessero una pressione fiscale per le aziende pari a quelle UK non sarebbero necessarie le operazioni internazionali di elusione ed evasione. Ed i paradisi fiscali servirebbero solo alle associazioni criminali. Lasciare in Italia un tale livello di tassazione, raccontando la favola del “pagare tutti, pagare meno”, é il vero segnale che la classe politica sostiene e favorisce lo sviluppo delle Mafie in Italia e nel mondo.

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