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Bolloré, Telecom, Mediaset, lo «zio» Barnheim e i consigli dell’abate Grimaud

Parigi, 23 rue de Varize, 16° arrondissement, quartiere chic della capitale a due passi dal Parc des Princes. Edifici eleganti, viali ordinati, auto lussuose: un indirizzo che dovrebbe interessare chi possiede azioni Telecom e azioni Mediaset. Da Port de St. Cloude si imbocca rue Michel Ange e si svolta a sinistra. L’antico convento delle Petit Soeurs des Pauvres costruito nel 1896 da un banchiere ortodosso di origine greca per accogliere 300 anziani bisognosi, compare quasi subito, dietro il giardino. Sulla facciata una scritta verniciata sulla pietra: Foyer Jean Bosco.

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Qui Vincent Bolloré (nella foto)  è di casa, e non soltanto perché l’antico edificio e l’ettaro di terreno su cui sorge appartengono al miliardario bretone che in Italia combatte per conservare il controllo di Tim e che ha provato a scalare Mediaset. A gestire il Foyer Jean Bosco è una figura legata da almeno vent’anni a Bolloré, l’abate Gabriel Grimaud, definito dalla stampa francese come il “consigliere spirituale” del capo di Vivendi. «Insieme ad altri, l’abate Grimaud appartiene al giardino segreto di Vincent Bolloré, è un fedele, una presenza inevitabile della sua sfera privata», scrivono Nicolas Vescovacci e Jean-Pierre Canet nel libro “Vincent tout-puissant”, pubblicato dall’editore JC Lattes e in questi giorni nelle librerie francesi.

Bolloré e l’abbé Grimaud si incontrano segretamente più volte al mese. Semplici discussioni? «C’è tra i due una relazione di fiducia e di potere», rivela una fonte ai giornalisti autori del libro.

Fede e affari

Il velo sul presunto confessore spirituale di Bolloré lo aveva sollevato per primo il settimanale satirico “Le Canard enchaîné” in un articolo del dicembre 2016 (nella foto qui sotto) ma Vescovacci e Canet spingono questa incursione nella vita privata del miliardario francese ancora più a fondo. «Bolloré è un cattolico che usa la religione – racconta ai due autori un ecclesiastico francese che mantiene l’anonimato -. Lui e il suo abate credono nel potere magico del sacramento. È semplice: quando Bolloré commette un errore, si confessa. Si ripulisce e ricomincia di nuovo. È una concezione della religione della Francia molto antica, preconciliare (Vaticano II) che era insegnata ai bambini prima della guerra».

Ascoltando questa testimonianza, scrivono i due giornalisti, sembra che l’abate Grimaud sia colui che riconcilia la vita terrena di Vincent Bolloré con le sue aspirazioni spirituali. Il prete, infatti, è quasi sempre presente negli appuntamenti importanti della vita del suo benefattore bretone. Quando alla fine degli anni 2000 la madre di Bolloré scompare è l’abate Grimaud che celebra le esequie alla presenza del clan familiare. A febbraio del 2017, quando Bolloré festeggia i 195 anni del suo gruppo industriale a Ergué-Gabéric, in Finistère, il prete presiede una cerimonia nella cappella di Kerdevot, alla presenza di Jean-Yves Le Drian e di Bernard Poignant, all’epoca rispettivamente ministro della Difesa e consigliere del presidente francese Francois Hollande.

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Bolloré viene descritto in Francia come un cattolico tradizionalista ma è difficile capire in quale momento il patron di Vivendi ha incontrato l’abbé Grimaud. Tra il 2001 e il 2005 l’abate è uno dei vicari della parrocchia tradizionalista di Saint-Germain-l’Auxerrois, a due passi dal museo del Louvre. In quegli anni viveva – scrivono sempre Vescovacci e Canet – in un lussuoso appartamento con vista sulla Senna e secondo le testimonianze raccolte dagli autori del libro, Grimaud raccontava che era Bolloré a pagare l’abitazione.

Nel 2005, quando Bolloré lancia il suo canale televisivo Direct 8 sul digitale terrestre, affida all’abate Grimaud la trasmissione settimanale religiosa “Dieu merci!”. Intervistato da Liberation nel 1999, Bolloré aveva spiegato di andare a messa tutte le settimane: «Quando esco sono un uomo nuovo», aveva aggiunto.

Poi, nel 2013, il miliardario bretone acquista per 70 milioni di euro l’ettaro di terra su cui sorge l’antico convento nel 16° arrondissement e dopo una ristrutturazione da 30 milioni di euro, lo affida nel 2016 all’abbé Grimaud, nella veste di direttore della casa Giovanni Bosco – Mater Amoris, che accoglie oggi persone in difficoltà.

«Al termine delle nostre ricerche – scrivono Vescovacci e Canet – la relazione tra l’abate Grimaud e Vincent Bolloré rimane misteriosa». Difficile aggiungere altro.

La strategia del boa

In 399 pagine i due giornalisti investigativi ripercorrono le tappe dell’ascesa di Bolloré dalla Bretagna al cuore degli affari e della politica francesi. Il libro non è stato ancora tradotto in italiano ma la sua lettura può essere molto utile per comprendere qualcosa di più sull’uomo di cui i giornali italiani parlano da mesi in relazione al controllo della vecchia Telecom Italia (oggi Tim) e alla controversia legale e societaria con la Mediaset della famiglia Berlusconi.

Sessantasei anni, un patrimonio valutato in 7,7 miliardi di euro, dodicesimo uomo più ricco di Francia, l’”onnipotente” Vincent Bolloré regna su un impero che conta più di 20 miliardi di euro di giro d’affari e che si dispiega in più continenti. Le società che dirige, direttamente o indirettamente, gestiscono porti in Africa, producono olio di palma, fabbricano batterie elettriche, controllano catene televisive in Francia, in Polonia e in Vietnam, una banca e una società di telefonia. «Vincent Bolloré – scrivono gli autori di “Vincent tout-puissant” – è senza alcun dubbio uno dei più bei successi europei nel mondo degli affari degli ultimi quarant’anni». Eppure Vescovacci e Canet non esitano a paragonare il miliardario bretone a un boa che conquista le sue società facendosi largo con una piccola quota e presentandosi come un amico per poi attaccare senza scrupoli.

«Boa, l’analogia vi sembra audace? – scrivono gli autori -. Allora immergetevi in questo ritratto dell’industriale scritto nel 1991. Intervistato da un giornalista di Liberation nel suo ufficio, Vincent Bolloré si avvicina una libreria ed estrae da uno scaffale delle foto che immortalano un boa mentre digerisce un corpo sanguinante. “Questa è la realtà – spiega Bolloré -, quest’uomo ha avuto la sfortuna di addormentarsi nella foresta, è stato mangiato …”. Vincent Bolloré inghiotte le aziende e accumula plusvalore. È la sua realtà».

Il boa non soffoca, spiegano i due giornalisti. Il serpente blocca la circolazione sanguigna della preda. Qualche secondo nelle sue spire ed è morte assicurata. Questo, sostengono gli autori di “Vincent tout-puissant” è il “metodo Bolloré”. Un metodo che il miliardario bretone avrebbe applicato nella sua sfavillante scalata nel mondo degli affari.

Prima dell’uscita del libro, Vescovacci viene visitato da un ufficiale giudiziario che gli consegna una diffida, seguita da una missiva firmata dal presidente del consiglio direttivo di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine, con la minaccia di un’azione legale. Il giornalista viene accusato di molestie e gli viene chiesto il pagamento di 700mila euro di danni per il pregiudizio arrecato a Vivendi. Ma cosa ha fatto di così male Vescovacci? Lo scrive egli stesso nel libro: «Il 2 gennaio (2017, ndr), in assenza di una risposta alle mie richieste di intervista, gli ho inviato (a Bolloré, ndr) una serie di 7 domande precise. Sette domande, 700mila euro: 100mila euro di danni più interessi per ogni domanda!».

Vincent e “zio Tonio”

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L’impero di Bolloré è stato costruito in trent’anni grazie al grande fiuto per gli affari di Vincent ma forse non sarebbe stato così facile per l’imprenditore bretone senza l’aiuto di Antoine Bernheim (nella foto qui sopra) , il banchiere di Lazard che per tanti anni ne è stato il consigliere e il confidente.
Quando nel 1981 Bolloré riprende l’impresa di famiglia – in quel momento in difficoltà -, suo padre Michel invita Bernheim a colazione.

Michel e Antoine – ricostruiscono gli autori del libro – si conoscono dai banchi del liceo. Non sono mai stati veramente amici ma non si sono mai persi di vista. All’inizio degli anni 60 Bernheim, che lavorava nell’immobiliare, aveva costruito la sede delle cartiere Bolloré in Boulevard Exelmans a Parigi, poco lontano da quello che diventerà il Foyer Jean Bosco gestito dall’abbé Grimaud.

In quel dicembre 1981 è stato il giovane Vincent a chiedere a suo padre di organizzare l’incontro con Barnheim. Tra i due scatta subito il feeling, come lo stesso Bernheim racconterà trent’anni dopo al giornalista Pierre de Gasquet nel libro “Antoine Barnheim, le parrain du capitalisme francais”: «Quando ho incontrato Vincent mi ha subito sedotto (…). Ma non immaginavo, durante quella colazione, che avremmo fatto così tanta strada».

Grazie al banchiere d’affari di Lazard, Bolloré viene proiettato nel gotha parigino della finanza e dell’industria. Che significa anche un biglietto d’ingresso nel mondo della politica che conta. Risale a quegli anni 80 la conoscenza con Nicolas Sarkozy, che sarà ospite sullo yacht dell’imprrenditore quando sarà eletto presidente della Repubblica francese nel 2007.

Ma è Barnheim – che Bolloré chiama “zio Tonio” – a ideare quel sistema di holding a cascata che consentirà all’imprenditore di stabilizzare il controllo sulle sue società senza possederne il 100%. Si chiama sistema delle “carrucole bretoni”. E dunque in quel periodo Bolloré detiene il 60% di Finfraline, che possiede il 51% di Omnium Bolloré, che detiene il 51% della Financière V, che controlla il 51% di Sofibol, proprietaria del 51% della Financière de l’Odet, azionista del 51% di Albatros Investissements, che controlla il 40% di Bolloré Technologies. Con un investimento iniziale di 50 milioni di franchi – affermano Vescovacci e Canet – e grazie alle “carrucole bretoni”, l’imprenditore controlla un gruppo che in quel momento pesa 3 miliardi di franchi alla Borsa di Parigi.

Con l’aiuto di Barnheim, Bolloré conquista nel 1997 anche il gruppo Rivaud, un conglomerato di società di origine coloniale che possiedono piantagioni in Africa e in Asia, inclusa una banca. E proprio le attività in Africa e il suo rapporto con presidenti e dittatori del continente nero sono al centro di alcune interessanti pagine del libro.

Per non parlare, naturalmente, della irresistibile scalata nel mondo dei media e della comunicazione, con Havas, Vivendi e Canal +. Ma questa è un’altra storia.

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angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com

Twitter: @Angelo_Mincuzzi

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