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Paradisi fiscali, le nuove “Sodoma e Gomorra” della globalizzazione

Questo post costituisce un contributo al Tax Justice Blogging Day, una giornata internazionale di sensibilizzazione sulle tematiche di giustizia fiscale coordinata in Italia da Oxfam.

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You can go to heaven if you want. I’d rather stay in Bermuda”, “Andate in paradiso se volete, io preferisco rimanere nelle Bermuda”. Mark Twain non aveva tutti i torti quando pronunciò queste parole. Cosa c’è di meglio del paradiso sulla terra? Isolette coralline, spiagge immacolate, mare cristallino. Un arcipelago incastonato nel Mar dei Sargassi che evoca pace, tranquillità, sole, vacanze. Già, le Bermuda sono tutto questo. Ci sono 140mila turisti all’anno ma anche 20mila società che hanno la loro sede proprio qui: grandi gruppi finanziari e assicurativi, multinazionali, banche, studi legali. Ma che ci fanno in un paese di appena 65mila abitanti? Se ogni società presente nell’arcipelago volesse assumere tre dipendenti dovrebbe arruolare anche i lattanti, i bambini e gli anziani. E dovrebbe ricoprirli d’oro vista la scarsità di manodopera. Ma non è il caso di sottilizzare. Perché la realtà è che tutte le più grandi multinazionali americane sono corse qui per aprire una filiale e se guardiamo i dati ufficiali fanno utili a non finire. Le Bermuda sono un vero Eldorado. In pochi anni le grandi società americane hanno accumulato 94 miliardi di dollari di profitti, 1.643 volte il Prodotto interno lordo delle Bermuda, che non raggiunge i 6 miliardi di dollari. Roba da leccarsi le dita. Da queste parti le filiali sono dieci volte più efficienti di tutte le altre nel mondo. Sulla carta, naturalmente. Niente di reale. Aveva ragione Mark Twain: meglio le Bermuda del Paradiso.
Sì, ma è proprio così? E perché la Boeing possiede una filiale alle Bermuda, se nelle 300 isolette non esiste nessun impianto industriale che fabbrica aerei? E perché esiste anche una sede di Caterpillar? Qui non ci sarebbe nemmeno lo spazio per produrre gli enormi escavatori. E del resto con 65mila abitanti quanti ne venderebbero? E cosa se ne fa la Pepsi Cola delle 15 società che ha aperto nell’arcipelago? Quante lattine bevono ogni giorno i suoi abitanti?

Le società di carta

apple

La verità è una sola. Le Bermuda sono sì un paradiso ma fiscale. Le società esistono solo sulla carta. Spesso non hanno dipendenti, non hanno uffici, sono soltanto delle buche delle lettere. Insomma, non esistono fisicamente. Ma il vero “miracolo” nel paradiso delle Bermuda lo compie Google ogni anno. Il colosso del web non ha nessun dipendente nel Mar dei Sargassi, eppure riesce a materializzare decine di miliardi di euro di utili: più di 10 miliardi di euro solo lo scorso anno. Perché negli uffici di uno studio legale di Hamilton (la capitale delle Bermuda) ha sede la Google Ireland Holdings, che in realtà sta fisicamente a Dublino, a più di 5mila chilometri e a 10 ore di volo, ma secondo quanto e’ scritto sulla carta (ancora la carta) è registrata e amministrata qui. E come per miracolo le tasse milionarie che Google dovrebbe pagare nei paesi dove fa affari, immediatamente spariscono. Al confronto la liquefazione del sangue di San Gennaro è roba da dilettanti.
Ecco cosa sono i paradisi fiscali. Luoghi il cui unico compito è impedire che le grandi multinazionali e i grandi gruppi bancari e finanziari paghino le imposte con le quali tutti i paesi finanziano il welfare, le opere pubbliche e l’amministrazione dello Stato, redistribuiscono il reddito e riducono le diseguaglianze sociali. A essere colpiti dall’esistenza dei paradisi fiscali sono soprattutto i paesi più poveri, gli stati africani, asiatici e dell’America latina, che ogni anno vedono volatilizzarsi decine di miliardi di dollari. Ma anche i paesi più ricchi ne sono colpiti.

Sanzioni economiche contro i centri offshore

Questo spiega perché i paradisi fiscali non sono una patologia del sistema economico e finanziario mondiale ma ne fanno parte a tutti gli effetti. Si sono sviluppati per eliminare gli ultimi vincoli alla libertà dei capitali e per fare in modo che migliaia di miliardi di dollari se ne possano rimanere nascosti e moltiplicarsi senza la noiosa seccatura di dover pagare le imposte.
L’economista francese Gabriel Zucman nel suo libro “La richesse cachée des nations – Enquete sur le paradis fiscaux” (Seuil) ha calcolato che la ricchezza privata depositata nei centri finanziari offshore raggiunge le cifra di 7.500 miliardi di dollari. L’ex consulente di McKinsey James Henry, in uno studio per l’organizzazione Tax Justice Network stima invece un valore compreso tra 21mila e 32mila miliardi di dollari. Trattandosi di ricchezze nascoste è impossibile stabilire una cifra precisa ma sia nell’uno sia nell’altro caso si tratta di numeri enormi. Per questo motivo Zucman sostiene che bisogna agire al più presto per debellare i paradisi fiscali non esitando a punirli con sanzioni economiche e istituendo un catasto mondiale delle ricchezze finanziarie.
I paradisi fiscali sono il regno del paradosso. Le Isole Cayman, che hanno un Pil di 3 miliardi di dollari e una popolazione di meno di 60mila abitanti sono l’impero degli hedge fund, con circa 11mila fondi d’investimento domiciliati nelle isole (quasi tutti in una cassetta postale). Le quasi 200 banche che hanno qui le loro filiali gestiscono 1.500 miliardi di dollari. Le filiali di società estere sono 100mila (due per ogni abitante) e le multinazionali americane vi hanno accumulato 51 miliardi di dollari di utili, bloccati qui per non pagare le imposte negli Stati Uniti. Si tratta di una cifra che è 1.600 volte il Pil delle Cayman. A George Town, una cittadina di Gran Cayman, sorge un piccolo edificio di quattro piani, la Ugland House (nella foto qui sotto) al cui interno ci sono 19mila società. Non è un errore. Sono proprio 19mila, ma naturalmente sono solo sulla carta.

Ugland_House

Il giro del mondo dei soldi

Nel 2004, poco prima che l’uragano Ivan si abbattesse sulle Cayman, decine di piccoli aerei si levarono in volo dalle spiagge dell’isola. Non portavano in salvo gli abitanti e nemmeno soldi ma i server e gli hard disk che contenevano i documenti delle società offshore e degli hedge fund domiciliati nelle isole. Dopo l’uragano gli aerei tornarono indietro con il loro prezioso contenuto.
Paradosso per paradosso, le Isole vergini britanniche, 40 splendide isolette nei Caraibi, hanno più di un milione di società ma solo 28mila abitanti. E sono – dopo Hong Kong – il paese che investe di più in Cina, uno degli Stati più grandi del mondo con quasi 1,4 miliardi di abitanti. Nei primi sei mesi del 2016 Hong Kong ha investito 47,8 miliardi di dollari nel paese asiatico, le Isole Vergini britanniche 5 miliardi, seguite dalle Isole Cayman con 4 miliardi e da Singapore con 3,4. Quattro paradisi fiscali sono i paesi che investono più soldi in Cina.

cina bvi

Ma come fanno le microscopiche Isole vergini britanniche a essere uno dei più grandi investitori in quella che è diventata la fabbrica del mondo? Nel sistema dei paradisi fiscali sovvertire le regole della logica è la normalità. E può accadere anche questo. Le Bvi sono uno dei più grandi e più segreti centri offshore della terra. Così, capita che molto spesso siano gli stessi cinesi a domiciliare qui le società che poi investiranno nel loro paese. Sì, sembrerebbe un non-senso far uscire dei soldi dalla Cina, fargli percorrere 14mila chilometri per arrivare a George Town e poi altri 14mila per ritornare a Pechino: 28mila chilometri per riportare dei soldi al punto di partenza. Una pazzia. Ma pur di nascondere la vera proprietà di quei fondi e non pagare le imposte, grazie ai paradisi fiscali si fa questo e anche altro.
Nelle Bvi sono immagazzinati 10 miliardi di dollari di società americane, pari al 1.102% del Pil dell’arcipelago, che è di un solo miliardo di dollari. L’efficienza delle isole ha attratto anche la Black & Decker, che ha ben quattro filiali qui. I suoi 28mila abitanti sono forse dei collezionisti compulsivi di trapani e cacciavite?

L’Africa e i Panama Papers

A cosa servano i paradisi fiscali è emerso con chiarezza nel caso Panama-Mossack Fonseca. Un paio di esempi possono chiarire meglio le conseguenze pratiche dell’esistenza dei centri offshore. Nel libro “Panama Papers – Gli affari segreti del potere” (Rizzoli) i giornalisti tedeschi Bastian Obermayer e Frederik Obermaier raccontano una storia che riguarda la Repubblica democratica del Congo, l’ex Zaire. “Nel 2010 – scrivono gli autori dello scoop sui Panama Papers – Joseph Kabila (da oltre 15 anni presidente del paese) ha concesso il diritto di esplorazione dei blocchi nel nord-est del paese a due società quasi del tutto sconosciute nel settore e registrate appena pochi mesi prima nelle Isole vergini britanniche”, la Caprikat Limited e la Foxwhelp Limited, entrambe costituite dallo studio legale panamense Mossack Fonseca. A firmare l’accordo per conto delle due società sono stati il nipote dell’attuale presidente del Sudafrica, Jacob Zuma, e il suo avvocato. Dietro le due società si nasconderebbe un miliardario israeliano molto attivo in Congo e le concessioni sarebbero state pagate con cifre irrisorie.
Il secondo episodio riguarda la Guinea, uno stato africano tra i più poveri del mondo. Alla fine degli anni Novanta le autorità della Guinea avevano concesso alla società Rio Tinto i diritti di sfruttamento di un’area ricca di minerali ferrosi ma nel 2008 il governo ritira la concessione alla Rio Tinto e la rilascia a una società che non aveva alcuna esperienza nell’estrazione di metalli, la Bsgr, di proprietà di uno degli uomini più ricchi del mondo, l’israeliano Beny Steinmetz. Secondo i media locali la società non avrebbe sborsato un dollaro per la concessione ma un anno dopo la Bsgr ha venduto metà della sua attività per 2,5 miliardi di dollari alla compagnia brasiliana Vale. In Guinea 104 bambini su mille muoiono entro i primi cinque anni di vita (in Germania sono meno di quattro su mille), perché non ci sono soldi e strutture per curarli. Nel 2012 una commissione d’inchiesta voluta dal nuovo presidente Alpha Condé ha scoperto alcuni contratti della Bsgr e di una società offshore denominata Pentler Holdings stipulati con Mamadie Touré, una delle quattro mogli dell’ex dittatore Lansana Conté. In altri documenti si parla di 2,4 milioni di dollari che una società appartenente a Mamadie Touré avrebbe incassato per un contratto di collaborazione con la Pentler Holdings e di altri 3,1 milioni di dollari per la fine di quella collaborazione. Dove era domiciliata la Pentler Holdings? Nelle Isole vergini britanniche, anche se dai documenti di Mossack Fonseca risulta essere stata costituita in Svizzera, altro paradiso fiscale.

mossak

Enormi capitali, frutto di corruzione, lasciano ogni anno i paesi africani per approdare nei centri offshore. Si spiega anche così il fenomeno della concentrazione della ricchezza documentato nell’ultima indagine dell’organizzazione non governativa Oxfam. Nel mondo, 62 super-ricchi possiedono la stessa ricchezza della metà della popolazione più povera. Dal 2010 metà della popolazione mondiale (3,6 miliardi di persone) ha visto la propria quota di ricchezza ridursi di circa mille miliardi di dollari mentre i 62 super-ricchi hanno registrato un incremento di oltre 500 miliardi di dollari. Il divario tra i più ricchi e il resto del mondo continua a crescere e i paradisi fiscali ne sono in gran parte responsabili. I centri offshore, grazie anche alla corruzione che alimentano, sono diventati le Sodoma e Gomorra della globalizzazione.  C’è di che riflettere.

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angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com