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Il cellulare ci spia, così abbiamo consegnato le nostre vite a Google, Apple, Facebook e Amazon

Siamo spiati, seguiti, controllati. Sanno dove ci troviamo e sanno con chi siamo. Conoscono i nostri gusti, le nostre abitudini, le preferenze politiche, i prodotti che ci piacciono e quelli che odiamo. Di noi conoscono tutto ormai, perfino i desideri. Grazie al vostro cellulare, tablet o pc sanno che in questo momento state leggendo queste righe, sanno quanto tempo impiegherete a farlo, su quali siti vi siete soffermati prima e quali vedrete dopo, in quale città vi trovate, quale apparecchio state utilizzando. Sanno tutto di noi e conoscono molto altro ancora. Siamo costantemente filtrati, scannerizzati, analizzati. E siamo stati noi a consegnare le chiavi delle nostre esistenze ai nostri controllori. Loro, i guardiani silenziosi delle nostre vite, si chiamano Google, Facebook, Apple, Amazon, Microsoft, WhatsApp, Twitter. Sono i giganti del web, le Big Data companies che controllano le nostre esistenze e, spesso, sono anche in grado di orientarle.
Ricordate “Le vite degli altri”, il film sulle spie della Stasi nella Germania comunista? La storia era ambientata nella Berlino Est del 1984, cinque anni prima della caduta del Muro. I servizi di sicurezza della Repubblica democratica tedesca potevano contare in quegli anni su 200mila spie, tra dipendenti della Stasi e informatori, per controllare 16 milioni di persone. Nel film, il ministro della cultura della Ddr incarica il capitano della Stasi, Gerd Wiesler (impersonato dal bravissimo Ulrich Muhe, nella foto in alto), di sorvegliare e spiare il drammaturgo Georg Dreyman, apparentemente fedele al partito, che convive con l’attrice Christa-Maria Sieland. Lo scopo è trovare anche la più piccola prova di slealtà della coppia per togliere di mezzo Dreyman e far sì che il ministro possa avere campo libero con Christa-Maria. Wiesler entra nelle loro vite registrando ogni loro passo, ogni loro parola, fino a interferire con le loro azioni. Ma l’intreccio tra le vite degli altri e la sua finisce per stravolgere il destino di tutti.
Non sappiamo se nella realtà di oggi l’ascolto delle vite degli altri, delle nostre vite, produrrà lo stesso effetto. Sappiamo però che in questo preciso istante, insieme a noi, ci sono miliardi di persone sotto controllo e che mezzi molto più potenti e sofisticati di quelli della Stasi di trent’anni fa sono all’opera per intercettare e immagazzinare tutte le informazioni che passano per internet. Le nostre, le vostre informazioni.
È inquietante lo scenario che lo scrittore Marc Dugain e il giornalista Christophe Labbé raccontano nel libro “L’homme Nu – La dictature invisible du numérique”, pubblicato in Francia dall’editore Robert Laffont-Plon. Dugain e Labbé approfondiscono la deriva delle grandi multinazionali del web, che controllano ormai le informazioni dell’intero pianeta.

Il patto con i servizi segreti

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Il cambio di direzione comincia con l’11 settembre, spiegano gli autori del libro, quando gli Stati Uniti iniziano a investire massicciamente nella sorveglianza elettronica, la sorveglianza di massa. È stato in quel momento che i servizi segreti americani, Cia e Nsa in prima fila, hanno siglato un patto tacito con le società del web: le multinazionali di Internet (tutte americane) raccolgono le informazioni attraverso gli iPhone, gli smartphone, la navigazione sulla rete, le trattano, le raffinano. E una parte di queste informazioni viene recuperata dai servizi di intelligence in nome della lotta al terrorismo. Dopo l’11 settembre, infatti, l’obiettivo dell’intelligence americana è diventata la sorveglianza globale. Non si tratta più, scrivono Dugain e Labbé (nella foto in alto, Labbé a sinistra e Dugain a destra), di identificare gruppi di individui per sapere tutto di loro, ma di spiare l’intero pianeta immagazzinando automaticamente tutte le informazioni che transitano per il web. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.
Oggi tutte le comunicazioni passano per il web e dunque è sufficiente intercettare le fibre ottiche lungo le quali i dati si muovono per impadronirsi delle informazioni, come ha rivelato l’ex agente della Nsa, Edward Snowden. Ma ci sono anche molti altri mezzi per farlo.
Due anni fa il settimanale tedesco Der Spiegel ha raccontato che la Nsa dispone di un accesso libero alle informazioni contenute negli smartphone. Il software di intrusione Dropoutjeet consente all’agenzia americana di scaricare i dati contenuti negli smartphone, di consultare gli sms, le agende, le rubriche, di ascoltare i messaggi telefonici e di attivare il microfono e la videocamera dell’apparecchio.  Per gli autori de “L’homme nu”, il patto tra i servizi di intelligence e le multinazionali americane del web prefigura una sorta di governo del mondo che costituisce una minaccia per la democrazia.

Una spia nelle nostre tasche

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Dunque, dobbiamo essere coscienti di avere costantemente una spia nelle nostre tasche, che si nasconde dentro il nostro telefono cellulare. Come un agente della Stasi, il nostro guardiano annota e registra scrupolosamente ogni atto della nostra vita: quando guardiamo una fotografia, rivediamo un video, leggiamo un messaggio su WhatsApp, parliamo con un amico. I datori di lavoro del guardiano si chiamano Apple o Google, le società utilizzate dal 90% degli smartphone del pianeta.
Gli operatori di Internet hanno compreso che la massa di informazioni che passa attraverso i loro servizi costituisce una manna finanziaria infinita, un tesoro che è sufficiente organizzare per poterlo rivendere a caro prezzo.
Google, per esempio, riesce a sapere tutto di noi analizzando i nostri interessi desunti dalle ricerche che abbiamo svolto su Internet ma anche attraverso il contenuto delle nostre email, che vengono scannerizzate analizzandone le parole-chiave con il pretesto di lottare contro lo spam.

Chi pensa che tutto ciò sia un abuso delle multinazionali del web si sbaglia di grosso. Perché il bello è che siamo stati noi a dar loro l’autorizzazione a scrutare nelle nostre vite quando abbiamo risposto di sì alla domanda “Accetti le condizioni generali di utilizzo?”. Così, gli utilizzatori di Facebook – 1,4 miliardi di individui in tutto il mondo – hanno acconsentito di cedere alla società di Mark Zuckerberg la lista dei loro amici, la loro situazione sentimentale, la data di nascita, le loro foto personali e i loro centri di interesse. Facebook recupera poi altre informazioni su di noi attraverso i siti partner e utilizza uno strumento di tracciamento acquistato da poco da Microsoft: Atlas.
Atlas consente di tracciare ciascun membro del social network ancora meglio dei cookies, quei “biscotti” che si attaccano all’indirizzo Ip del nostro computer identificando ogni nostro movimento.
Siamo tracciati anche quando utilizziamo un tablet per la lettura degli ebook. I software degli apparecchi, infatti, registrano le nostre abitudini e le nostre preferenze, su quali pagine ci soffermiamo di più, su quali facciamo delle annotazioni, quali capitoli saltiamo, quali libri vengono interrotti prima di arrivare alla fine. Una sorta di voyerismo dei nostri interessi letterari che aggiunge nuove informazioni sulle nostre abitudini. Twitter vende l’accesso ai nostri twitter alle società commerciali che poi scambiano o rivendono queste informazioni a fini pubblicitari.

Il potenziale segreto dei metadati

L’obiettivo finale è di raccogliere il maggior numero possibile di dati, anche i più insignificanti, sul singolo individuo perché prima o poi verrà individuato l’algoritmo giusto per estrarre un’informazione utile, monetizzabile oppure politicamente o socialmente interessante.
Una miniera d’oro per le web companies sono soprattutto i metadati, cioé i dati sui dati, fino a poco tempo fa considerati del tutto inutili per lo sfruttamento economico. Oggi, invece, rappresentano le informazioni che consentono di completare e dare valore ad altre informazioni. La Nsa, per esempio, sta mettendo a punto una nuova tecnica, il contact chaining, che a partire dai metadati dei telefoni cellulari – come la geolocalizzazione, l’ora e la durata della connessione – riesce a creare dei profili psicologici dell’utilizzatore del telefonino, a dedurre i suoi comportamenti, le convinzioni filosofiche, religiose o l’origine etnica.
Qualsiasi informazione possa essere raccolta dalle nostre abitudini è merce preziosa. Oggi 10 miliardi di computer, smartphone e tablet si scambiano continuamente in tutto il mondo dei flussi di dati. Per le società del web uno degli obiettivi è quello di aumentare costantemente il tempo in cui ogni individuo resta connesso durante l’arco della giornata perché in questo modo non solo si moltiplicano le occasioni per potergli vendere qualche prodotto o un servizio ma anche per poter raccogliere il maggior numero di informazioni possibili.

L’enorme mole di dati che si potranno raccogliere sui singoli individui permetterà alle agenzie di intelligence di compiere un’analisi predittiva dei comportamenti dei singoli per individuare i potenziali soggetti pericolosi. Un po’ come abbiamo visto nel film “Minority Report” con Tom Cruise (nella foto qui sotto).

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La concentrazione globale delle informazioni

Circa il 90% degli smartphone utilizzati nel mondo sono equipaggiati con lo stesso sistema operativo, Android, messo a punto da Google. Apple ha venduto 500 milioni di iPhone. Ogni giorno un miliardo di individui utilizzano Facebook. Ottanta milioni di foto vengono caricate quotidianamente su Instagram, il social network di proprietà di Facebook, dai sui 400 milioni di utilizzatori. Ogni minuto nel mondo vengono inviati 300mila tweets, 15 milioni di sms, 204 milioni di email e due milioni di parole-chiave vengono digitate sul motore di ricerca Google. Nel mondo il 70% delle ricerche sul web avviene tramite il motore di ricerca di Mountain View, percentuale che sale al 90% in Europa.
Dal 2010 l’umanità produce ogni due giorni – scrivono gli autori de “L’homme nu” – una massa di informazioni pari a quella prodotta dall’invenzione della scrittura, 5.300 anni fa, a oggi. Il 98% di queste informazioni vegono prodotte in forma digitale e il 70% è generato direttamente dagli individui connessi a Internet. Il risultato è che Apple, Microsoft, Google o Facebook controllano l’80% delle informazioni personali digitali dell’umanità. Una concentrazione pericolosa, sostengono Dugain e Labbé.
Certamente, ammettono gli autori del libro, Internet e le informazioni che vi sono raccolte faranno progredire le nostre conoscenze scientifiche come mai è accaduto nella storia dell’umanità e la perdita della nostra privacy è il prezzo che dobbiamo pagare per questo progresso. Un prezzo davvero alto. L’uomo vivrà completamente nudo sotto lo sguardo di coloro che raccoglieranno senza sosta informazioni su di lui. Nemmeno George Orwell nel suo libro “1984” si era spinto fin qui. La “dittatura dolce” delle web companies è già cominciata. E noi l’abbiamo accettata.

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angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com

  • Mario |

    Io uso i piccioni viaggiatori, spero davvero non vengano intercettati!!!

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